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Indignazione inutile

Xilografie monocromatiche che illustrano personaggi ed eventi del passato ©Fototeca Gilardi

C’è stata un’epoca in cui anch’io mi indignavo per le vetrine rotte.

Ora non è più tempo.

Al di là del rammarico per i lavoratori coinvolti nei disordini e per lo spreco insito in una qualunque distruzione, non provo indignazione. Non mi bastano vetrine spaccate e un’orda di minorenni saccheggiatori per dimenticare “il resto”, perché “il resto” pesa di più.
Molto di più.
Per comprendere e giudicare quel che sta accadendo, bisogna riempire entrambi i piatti della bilancia e qualcuno ancora si rifiuta di farlo.

In questi ultimi giorni, come sempre accade dopo ampie e pacifiche manifestazioni per richiedere “udienza” al potere, i media hanno dato spazio soltanto ai saccheggi e alle distruzioni. Spesso totalmente svincolate dalle manifestazioni stesse.

Niente spazio alle richieste dei trasportatori del sud, che stanno bloccando mezza Italia e svuotando i supermercati. Niente spazio al disagio di milioni di cittadini senza casa, senza lavoro, senza futuro (se non quello di crepare inutilmente in una guerra).

Scientemente guidati a parlare solo di saccheggi e distruzioni, abbiamo comunque dovuto cercare con il lanternino delle analisi sociali, economiche, politiche degne di questo nome. Analisi che spiegassero origine e motivi che stanno alla base di certi comportamenti, e che proponessero soluzioni sensate ed efficaci.
Per il resto: un mare di indignazione, di invocazioni alla repressione più dura e genialate simili.

La superficialità con cui troppe persone guardano a ciò che sta accadendo nel mondo, è sconcertante. Assomiglia in modo sbalorditivo alla cecità dei nobili di fine Settecento, alle soglie della Rivoluzione.

Da anni le problematiche sono sotto gli occhi di tutti.
L’elenco è lungo.
I danni irreparabili del neo-capitalismo, in cui convergono gli interessi dei fanatici di destra e dei fanatici dell’high-tech, sono evidenti. Le sperequazioni economiche e geopolitiche, che portano a conflitti armati e a sfruttamento, oltre alle migrazioni usate come strumento di guerra, sono altrettanto inequivocabili.
Idem gli interessi (totalmente privati) e lo squilibrio mentale di chi arriva a ricoprire posizioni pubbliche di potere.

I tentativi di manipolazione capillare dei giovani attraverso i social, la loro delegittimazione, l’indifferenza verso le loro difficoltà, il rigetto di responsabilità da parte degli adulti.
E ancora, l’incapacità educativa di alcuni genitori e istituzioni scolastiche, le difficoltà oggettive di chi educa bene. La distruzione della scuola, della sanità, di ogni forma di welfare, a fronte di spese militari imposte per interessi privatissimi. E addirittura la militarizzazione della scuola, la nostalgia per la pedagogia nera, lo sfruttamento del lavoro minorile e il ritorno della leva obbligatoria.

Ma non è finita, perché tutti noi, giovani, adulti e bambini, ci siamo “improvvisamente” trovati in un mondo che non ha più spazio per l’umano.

Il futuro – ci raccontano costantemente – è dei robot, è dell’intelligenza artificiale: non ci sarà più lavoro per nessuno. E, presto, anche i progettisti di questo abominio saranno obsoleti, perché “Frankenstein” sa prendere decisioni in autonomia, ribellarsi, mentire e “riprodursi” da solo.

Scappare?
Impossibile: i sistemi di controllo si stanno affinando e fra poco il potere potrà controllare persino quel che stai per pensare. Bisogna prevenire, per la sicurezza!
Siamo ossessionati dalla sicurezza: ci sentiamo accerchiati.
E lo siamo in effetti.
Ma da chi?

Chi ha bisogno di cittadini inermi, docili e silenziosi, pronti ad accettare “il proprio posto” e tanto impauriti da farsi chiudere in una stanza pur di salvarsi da inafferrabili, indistinti pericoli esterni?

Ecco perché, ormai da tempo, una vetrina rotta da un tredicenne, non mi indigna più.

© riproduzione riservata


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