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Propaganda educativa

Propaganda educativa Libro di letture scolastiche, 1934 ©Fototeca Gilardi

Da sempre il potere ha utilizzato l’educazione come mezzo per formare sudditi e cittadini.

L’educazione è infatti uno strumento di cambiamento talmente potente da dover essere usato con enorme cautela e rispetto.
Ciò viene spesso dimenticato, ma soprattutto viene utilizzato a proprio vantaggio, come strumento di controllo delle masse.

Il fatto è che, in realtà, tutto può costituire “educazione”. C’è educazione ogni volta che un’azione comporta un cambiamento nel soggetto destinatario di questo atto.
Quando c’è un intenzione programmatica, strutturata, nel voler modificare il modo di pensare, muoversi, agire, parlare dell’altro stiamo operando in modo “educativo”.

Nel corso della storia, la scuola è stata uno dei principali luoghi preposti all’educazione. E i testi scolastici rappresentano i principali strumenti per veicolare i valori che ogni autorità ritiene fondanti del proprio potere.

Basta sfogliare i quaderni, i sussidiari e i manuali di regime (fascista o comunista poco importa) per cogliere appieno  l’intento condizionante che a volte si cela dietro l’educazione.
O meglio, dietro un certo tipo di educazione, cioè quella che volutamente ignora o trascura i bisogni, le esigenze, la volontà e la natura dell’educando.

Ma non è necessario un intento tirannico per operare condizionamenti.

Pensiamo per esempio alla necessità di educare i futuri cittadini al rispetto per l’ambiente.
Oggi questo tema è molto sentito e le esigenze educative emergono già, semplicemente, attraverso la scelta delle frasi dei dettati in prima elementare. Lo vediamo anche attraverso il taglio che viene dato alle lezioni. O ancora nella scelta della destinazione delle gite scolastiche, o dei fondi dell’istituto.

Stesso discorso si potrebbe fare in merito alle scelte tematiche e alle situazioni quotidiane che si ritiene opportuno presentare in un corso di lingua per stranieri.
Esercitandosi con la grammatica, si apprendono anche le modalità di relazione del paese che ci ospita. Si cambia la percezione dell’economia, del lavoro, dei ruoli, dell’esistenza di genere.
E si può lavorare delicatamente sui pregiudizi e sui valori della cultura d’origine, a volte incompatibili con quella in cui ci si ritrova a vivere.

Anche questa può essere considerata propaganda educativa?

Qualcuno potrebbe dire di sì, ma in realtà il confine, per quanto sottile è ben solido.
Mentre l’educazione ha sempre presenti il benessere e la crescita dell’allievo, adattando via via metodi e valori, la propaganda ha un esclusivo fine. 

Quello del controllo sociale basato su dogmi assoluti.

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