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Il potere della piazza

lavoratori della Tallero in sciopero contro la chiusura della fabbrica e i licenziamenti. Fotografia di Ando Gilardi, Milano 1954 ©Fototeca Gilardi

In un mondo in cui il potere è sempre più occulto e immateriale, ha ancora senso scendere fisicamente in piazza per protestare e manifestare?
Un “pezzo” di società civile che sfila in corteo con cartelli e slogan riesce ancora ad avere un impatto politico e a sensibilizzare un intero paese?
Non è ormai questo, uno strumento obsoleto?

Osservando quel che accade in Francia in questi giorni, a causa della riforma delle pensioni, si direbbe di no.
Lo strumento della manifestazione, del corteo, dello sciopero e della contestazione di piazza, è più che mai efficace. Riesce ancora a scatenare la reazione dei governi.

Ancor più eclatante è l’impatto di questo “esporsi” da parte della popolazione, sui governi maggiormente repressivi. Conosciamo tutti le atroci cronache degli ultimi mesi che coinvolgono le giovanissime iraniane e i giovanissimi iraniani arrestati, torturati e uccisi per aver manifestato apertamente il loro dissenso.

E persino nei paesi che si dicono più democratici sembra esserci ancora bisogno di scendere per le strade, se non per ottenere risultati, almeno per far conoscere la situazione. Basti pensare alle ripetute violenze razziali da parte della polizia americana che continua a fomentare disordini e rivolte, fin dagli anni Sessanta. Il problema della brutalità delle forze dell’ordine statunitensi è ormai noto a tutto il mondo, proprio grazie alla risonanza veicolata dalle proteste popolari.

Sarebbe infinito l’elenco delle tragedie mondiali emerse solo grazie al coraggio di chi è disposto a scendere in piazza in prima persona, mettendoci la faccia, accettando di far parte di un’intera folla di “disgraziati”.
Tuttavia la risposta ultimamente sembra essere sempre la repressione. Una repressione sempre più irragionevole, sanguinosa, ottusa.

Solo l’enormità dei numeri sembra poter disinnescare la violenza del potere. Di fronte ai grandi numeri, come è accaduto nel caso dei Fridays for Future, alcuni passi avanti sono stati fatti, almeno formalmente.
O forse il tema poteva essere semplicemente cavalcato dai governi e così, interessi “buoni” e meno trasparenti hanno trovato un punto d’intesa.

Ma quando qui in Europa protestiamo contro lo smantellamento del Welfare, quando scioperiamo contro i licenziamenti qualcuno ci prende sul serio? I nostri governi tirano dritto scatenandoci contro polizia e carabinieri, oppure considerano “la piazza” un interlocutore degno e portatore di istanze legittime?

Ripensando alle manifestazioni degli anni Sessanta e Settanta l’impressione è quella di essere diventati, oggi, abbastanza impotenti. Per quanto si scenda per le strade, la voce non raggiunge le stanze del potere. Non sembra sfondare davvero quel muro di gomma che ci separa da chi prende decisioni.
La risposta c’è, ma si tratta solo di repressione. Non c’è ascolto, non c’è reale cambiamento.
Eppure questo resta uno dei mezzi più potenti che abbiamo a disposizione per provare a migliorare le nostre vite.
Usiamolo con coraggio ricordando che i grandi numeri, nella storia, hanno sempre fatto la differenza.

© riproduzione riservata


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1 commento su “Il potere della piazza”

  1. La perdita di rispetto della massa critica diventò progressivamente importante da quando con la ristrutturazione del sistema d’impresa la classe operaia iniziò a perdere la condizione che gli riconosceva il ruolo di principale soggetto rivoluzionario nel conflitto tra lavoro e capitale. Sul fronte istituzionale le rappresentanze politiche e sindacali contribuirono alla sua polverizzazione e concertarono forme di messa al lavoro che conseguirono la sua delegittimazione attraverso delocalizzazioni e contratti diversificati che resero e mantengono ancora precari i diritti in generale. Uno dei motivi per i quali non vengono ascoltate ragionevoli richieste è quello che il pensiero neoliberista al comando dell’Impero che ci sovra determina è all’opposto del buon senso e regola i suoi interessi trasversalmente ai parlamenti e ai governi dei suoi consolati. È così vero che gli si devono piegare anche partiti anacronistici ispirati dal nazionalismo sovrano. In questo quadro la questione della Resistenza diventa inevitabilmente planetaria e pone in questi termini paradigmi attraverso i quali passa la frammentazione che diversifica al loro interno la moltitudine e il proletariato. Al tempo del fordismo tutto era molto più semplice. Nel conflitto capitale lavoro basterà la ricomposizione del proletariato per costituire la massa critica? Se non basterà – e non basterà – quali saranno le componenti della società globale alle quali rivolgersi? Potranno ad esempio essere degli sfollati conniventi con una guerra espansionista tutt’altro che immateriale e combattuta per entrare a far parte di un Impero politico ed economico ancor meno occulto e militarmente protetto da un esercito come quello della NATO?

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