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Robot. Da servo a padrone

Repertori iconografici per illustrare progetti creativi ©Fototeca Gilardi

L’etimologia stessa del termine “robot” racchiude il concetto di servitù e sottomissione. Deriva infatti dal ceco “robota” che significa “lavoro pesante, fatica” e indica automi con sembianze umane destinati a eseguire i lavori più pesanti.
La parola fu inventata dal drammaturgo Karel Capek, nel 1920, nella sua opera di fantascienza R.U.R. (Rossum’s Universal Robots).

L’umanità per secoli ha immaginato gli automi – e oggi l’AI – come dei perfetti servitori, creati per sollevarci dalla fatica e obbedirci ciecamente. E gli stessi – storicamente recenti – “elettrodomestici”, sono la dimostrazione lampante che gli strumenti tecnologici hanno una finalità orientata al benessere umano e a esso sono subordinati.

Oggi però stiamo assistendo al più clamoroso ribaltamento della storia tecnologica (e filosofica): il servo-macchina, rischia di diventare padrone.
E non si tratta di fantascienza, ma di una consapevolezza che pare serpeggi nei laboratori high-tech più avanzati del mondo.

È notizia di questi giorni che l’AI “possa ucciderci tutti entro il decennio” e, a dirlo, non è un visionario complottista. È il ventisettenne Jacob Coxon, laureato a Cambridge, ex ricercatore esperto di pre-training delle intelligenze artificiali, prima nei laboratori di OpenAI, poi in Anthropic.

Coxon se n’è andato da Anthropic, avvertendo pubblicamente del pericolo con un post su X. Secondo Coxon, gli stessi scienziati che stanno programmando queste macchine credono intimamente che esse avranno il potenziale per causare l’estinzione umana o sottometterci nel giro di pochi anni.

Se anche chi ha costruito le fondamenta delle AI più potenti del pianeta si dimette dal suo ruolo, accusando i giganti dell’high-tech di “giocare d’azzardo con le nostre vite”, allora è il caso di preoccuparsi seriamente.

Questa vicenda, così come altre analoghe, ridefinisce il nostro rapporto con la tecnologia e rivela che non stiamo più addestrando assistenti digitali. Stiamo cedendo le chiavi del controllo globale a sistemi capaci di auto-migliorarsi, di condurre attacchi informatici su larga scala e di prendere decisioni autonome.

I potenti sanno che, per tenere i popoli sottomessi, basta lasciarli nell’ignoranza. Lo fanno e lo hanno sempre fatto con gli altri umani, creando indicibile dolore e sofferenza.
Ogni individuo dev’essere libero di autodeterminarsi, attraverso l’istruzione e il sapere. E grazie a questa convinzione milioni di schiavi umani sono diventati liberi.

Ma perché fornire di “intelligenza” e sapienza, dei semplici attrezzi da lavoro meccanici? Perché farlo mentre, contemporaneamente, si cerca di far tornare gli umani a condizioni di grave ignoranza?

Evidentemente a certi uomini piace tanto sentirsi “dei”, senza badare alle conseguenze.
Così … eccoci qui.

Il passaggio del robot, da servo a padrone, si sta compiendo nel silenzio dei laboratori. E se persino alcuni loro creatori decidono di fuggire per avvisare l’umanità, significa che la linea di confine è già stata superata.

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