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Su il cappuccio!

Repertori iconografici per illustrare varie epoche storiche. ©FototecaGilardi

La storia dell’abbigliamento è costellata di ricorsi storici e la moda si diverte da sempre a creare, attraverso il recupero di accessori, tessuti e stili, ripensati in maniera innovativa.

Lo abbiamo visto ripercorrendo la storia dei bottoni, del gilet, dell’impermeabile e delle cravatte. Così come l’evoluzione del reggiseno, l’origine della biancheria intima, delle giarrettiere e dei costumi da bagno.

Abbiamo constatato la scomparsa dei guanti e quella dei cappelli. Ma se la moda non ha ancora riesumato i primi, sui secondi si sbizzarrisce da tempo, pur relegandoli a due ambiti precisi: quello sportivo e quello cerimoniale.

E che dire dei cappucci, questi “hijab occidentali” (per fortuna unisex e spontanei) tanto amati dagli adolescenti?

È un fatto che i nostri giovani siano costantemente incappucciati, da quasi vent’anni.
Li vediamo in giro per la città, sugli autobus, a casa, ma anche in classe, dove tentano di rimanere nel loro “antro” di stoffa per le più svariate ragioni.

Ma “il cappuccio della felpa” è davvero un’invenzione moderna?

Sicuramente la felpa sì, ma il cappuccio ha accompagnato l’umanità per secoli e non è mai scomparso del tutto.

Sotto il cappuccio ci si nasconde. Con il cappuccio ci si protegge dalla pioggia e dall’aria fredda. Il cappuccio non vola via con il vento, scalda e ci dà una sensazione di conforto e privacy.

E se ripercorriamo i secoli, constatiamo che uno dei suoi primi “periodi d’oro” risale al tardo medioevo.
Naturalmente tutti abbiamo presente l’abbigliamento dei monaci, per i quali il cappuccio era parte integrante del saio ed elemento caratterizzante l’immagine.

Ma il cappuccio non era esclusiva dei frati. Infatti corte mantelline munite di un cappuccio, spesso tirato sulla testa e sovrastato da un ulteriore copricapo, facevano parte dell’abbigliamento quotidiano di molti contadini.
Nel nord Europa questo capo d’abbigliamento (chiamato gugel) era tessuto con lane pesanti trattate con grasso animale per renderle impermeabili. Sappiamo anche che, alcuni mercenari francesi arrivati per invadere la Svizzera nel 1375, venivano chiamati Gugler proprio perché portavano il cappuccio sotto l’elmo.

La funzione protettiva associata al cappuccio, anticamente chiamato “capperone”, la ritroviamo nell’uso figurato del corrispondente termine francese, “chaperon”.

Con il tempo l’uso dei cappucci, ovviamente decorati con passamanerie e ricami preziosi, o contornati di pelliccia, passò dall’ambito contadino a quello nobiliare.
Verso la fine del XIV secolo, per distinguersi dal volgo, i ricchi presero l’abitudine di indossare il gugel a rovescio. La testa veniva infilata nell’apertura del viso (arrotolata come un turbante), facendo ricadere la mantellina da un lato e la lunga punta del cappuccio dall’altro. Nacque così lo chaperon rinascimentale.

Ma anche nelle epoche successive ritroveremo periodicamente mantelli, mantelline e tabarri col cappuccio, sempre in funzione protettiva, sia del corpo che dell’identità.

Oggi, oltre alle felpe “cappucciate” (recentemente sospettate di nefandezze, soprattutto se nere), si vedono circolare anche ampi scaldacollo che si possono srotolare per coprire il capo.
Magari quest’inverno qualche moderno creativo deciderà di indossare lo scaldacollo in modo bizzarro dando origine a una nuova versione dell’immortale cappuccio.

Saremo pronti ad indossarlo con disinvoltura?

© riproduzione riservata


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