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La solita cravatta

Fra poco festeggeremo il giorno dedicato ai papà.
Tradizione vuole che il 19 marzo,  giorno di San Giuseppe, in molte zone d’Italia si raccolga una gran quantità di frasche da incendiare in giganteschi falò per festeggiare la fine dell’inverno. Tutt’ora in alcuni paesi la cerimonia è più che mai viva e si sovrappone ai più celebri riti di Segavecchia.
Ma per chi non è occupato a creare covoni da incendiare, il problema della festa del papà rimane quello di trovare un regalo degno per l’amato genitore senza arricchire il “parco cravatte” già annualmente rifornito dal 1976 .

Ci si butta su tecnologia e viaggi, abbigliamento, libri e così via. Eppure la storia della cravatta andrebbe conosciuta meglio.
Pare che già sulla colonna traiana siano visibili strisce di stoffa al collo dei legionari romani, ma in realtà quella che noi chiamiamo “cravatta”, con funzione di accessorio e con valenza estetica, nasce nel 1600.

Innanzitutto preme ricordare l’origine della parola: “cravatta” significa “croata“. Secoli prima che la cravatta divenisse ciò che è oggi, le donne croate usavano donare ai loro uomini in partenza per la guerra questi fazzoletti (chiamati “sottogola”) come simbolo del legame che li univa.
Durante la Guerra dei Trent’anni l’intera Europa ebbe modo di  conoscere la cavalleria croata, agile e veloce, che per l’epoca aveva un modo inconsueto di fare la guerra. Nelle corti si raccontavano le loro imprese e lo stesso re di Francia ebbe il desiderio di avere questi cavalieri nelle sue file, infatti fondò una speciale e scelta formazione militare dal nome di «Royal Croate».
Fu così che il caratteristico accessorio dei cavalieri croati, il fazzoletto annodato intorno al collo, sedusse i parigini e tutto il resto d’Europa.

Nella moda del XVII e XVIII secolo la “cravatta” restò comunque un accessorio raro e ricercato, mentre i colli aristocratici venivano ancora ornati da gorgiere, pizzi, trine e comparivano i primi jabot formati da lunghissime strisce di pizzo annodate con ampi fiocchi e fermate al centro con ricche spille, oppure portati rivoltati con falde a pieghe (rabat).

Giunti all’inizio del diciannovesimo secolo nacquero vari modi di annodare la cravatta e questo diede vita a vere e proprie gare di eleganza. Naturalmente più complicato e ben fatto era il nodo maggior rispetto ed ammirazione si otteneva da parte dei propri amici e nemici in alta società.
L’inglese George Bryan Brummel, celebre dandy che influenzò notevolmente la moda e la definizione di “gentiluomo inglese” del suo tempo, dichiarò la sua avversione per gli orpelli e le esagerazioni.  Sostenendo che il fiocco della cravatta, indossato su camicie dal colletto alto e rigido, dovesse essere sempre perfetto al primo tentativo di annodarlo, pare impiegò una volta un’intera mattinata solamente per farsi fare per bene il nodo alla cravatta appena ideato.
La cravatta moderna però, la “tie” per come la conosciamo oggi, nasce ad Oxford dalla decisione dei membri dell’Exeter College di togliere i nastri dal cappello di paglia e legarli intorno al collo. La moda ed il costume di usare la cravatta si diffusero in breve tempo e la cravatta prese la sua forma attuale nel 1924, grazie al newyorkese Jesse Langsdorf, che ideò il modello composto da tre diverse strisce tagliate a 45° rispetto al dritto filo.

Così, ora che ne conoscete la storia, potrete scegliere una nuova cravatta per il papà sapendo quello che fate e, soprattutto, vi verrà in mente che un piccolo falò potrebbe riuscire benissimo anche con un bel mucchio di cravatte vecchie!

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