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Tutti in mutande?

Scorrendo recenti pruriginosi gossip, con grande disappunto mi trovo a constatare il prematuro decesso … delle mutande!
Questo recente capo di biancheria ha avuto vita breve: so per certo che le coetanee della mia bisnonna, in campagna,

potevano permettersi di espletare le loro urgenze accovacciandosi e allargando bene i gonnelloni.
Questa notizia, da bambina, mi aveva fatto rimanere con tanto di occhi, ma allora, avevo associato la possibilità di indossare mutande al progresso e all’emancipazione femminile. Ando Gilardi, nella sua ultima apparizione in pubblico, alla Fondazione Corrente, ha di recente ricordato che fino agli anni Cinquanta, in molte zone del Sud, si diceva “sposarsi con le mutande” per alludere ad un ricco matrimonio, tanto per capire quanto il possedere biancheria intima fosse simbolo di benessere e di emancipazione da condizioni di vita durissime.
Definite dalla Pompadour scrigno delle chiappe e da Anita Garibaldi sipario dell’amore le mutande alludono ad un capo “da cambiare” e il senso è piuttosto ovvio. Anche la forma delle mutande è  cambiata nel tempo: dai femoralia degli antichi romani, indumento prettamente maschile di lunghezza variabile, si passa in epoca medievale a mutande ridottissime e ben visibili sotto le corte vesti, sempre maschili.
Per vedere le donne (solo nobili!) indossare qualcosa di simile bisognerà aspettare il 1500 con le sue braghesse, lunghe fino al ginocchio, imposte per motivi igienici e per cavalcare, ma associate subito alle prostitute, che ne facevano mostra sotto le lunge vesti.
La valenza erotica della biancheria intima femminile toccherà i massimi vertici nel Settecento, ma come sempre  restando esclusiva (quando indossata) dei ceti sociali più alti. Concepite come un analogo dei pantaloni, indumento per eccellenza maschile, le mutande permettevano alla donna maggiore libertà di movimento, e vanno intese come un tentativo di rivendicazione femminista ante litteram piuttosto che come un segno di moralità.
La Chiesa le riteneva strumenti diabolici adottati dalle donne solo per poter accorciare la veste, adatte esclusivamente alle libertine e alle prostitute. Così nel corso del XVIII secolo le mutande spariscono, restando in uso solo per le bambine, e rese obbligatorie per ginnaste e ballerine.
Di certo si sa che ancora in epoca vittoriana, la presenza di mutandoni e di biancheria intima evocava ballerine e prostitute e, sporgendo con i suoi pizzi dall’orlo degli abiti, rischiava di attirare troppo l’attenzione su ciò che andava ignorato.
Il XIX secolo vide il trionfo di mutandoni e culottes, mentre nel corso del XX secolo, accorciandosi le gonne, le mutande finalmente trovavano una loro dignità diffondendosi, però, in ogni ceto solo nel dopoguerra, tuttavia con la successiva esaperata erotizzazione della società, la conquista è rimasta tale solo per poco.
La controversa questione era stata per secoli questa: è da ritenersi morale o lascivo il fatto di indossare capi, a diretto contatto con le parti intime?
Ora invece la questione è: siamo ancora capaci di vivere, senza toglierci (o farci togliere!) le mutande?
Voi che ne pensate?
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