Il 24 novembre 1826 nasceva a Firenze Carlo Lorenzini, in arte Collodi, l’uomo dalla cui fantasia sarebbe nato il burattino più famoso del mondo: Pinocchio.
Celebrare i 200 anni della nascita del famoso autore toscano, giornalista pungente e maestro d’ironia, significa anche ricordare il suo ruolo pedagogico e al contempo rivoluzionario. Aspetto particolarmente interessante, in questo momento storico, così lontano da quello in cui Collodi scriveva, eppure così simile nelle sue problematiche educative.
Collodi, prima diventare l’autore di Pinocchio, si era occupato per molti anni di letteratura per l’infanzia, collaborando con l’editore Paggi di Firenze per la realizzazione della collana “Biblioteca Scolastica”.
Ne I racconti delle fate (1876) aveva tradotto le fiabe francesi modificandone però il vocabolario, l’andatura dei periodi e i modi di dire per adattarli alla sensibilità italiana.
Volendo allontanarsi dallo stile accademico ed eccessivamente moralistico dei testi scolastici dell’epoca, aveva scelto toni ironici e vicini al lessico quotidiano.
Anche i titoli delle fiabe che oggi conosciamo, si devono a lui: trasformò Il piccolo cappello rosso in Cappuccetto Rosso, La barba turchina in Barbablù e così via.
E mentre la scuola (nell’Italia appena unita), diventava obbligatoria fino alla terza elementare, Collodi iniziò a pubblicare una serie di testi scolastici decisamente controcorrente.
Giannettino (1877) è il primo di una serie di libri scolastici di argomento vario nei quali Collodi mostrerà come sia possibile istruire divertendo. Già dal titolo si evidenziava l’intento critico verso la didattica a lui contemporanea, rappresentata dal serioso Giannetto di Luigi Alessandro Parravicini.
Ma la scelta epocale di Collodi sarà quella di scegliere come protagonisti dei suoi racconti educativi, dei ragazzi discoli e ingenui, che prefiguravano già il personaggio di Pinocchio.
Giannettino e Minuzzolo sono infatti due soggetti per nulla esemplari che imparano attraverso viaggi, esperienze dirette e disavventure. Una prospettiva pedagogica lontana anni luce da quella prevalente a fine Ottocento, che troverà un’espressione ufficiale solo una generazione più tardi, con il lavoro di Maria Montessori.
Nel periodo post-unitario (regolato prima dalla Legge Casati del 1859 e poi dalla Legge Coppino del 1877), l’istituzione scolastica soffriva di gravi carenze.
E nonostante l’ironia e la leggerezza con cui Collodi compose Le avventure di Pinocchio, la sua critica emerge chiaramente.
La scuola post unitaria soffriva di una profonda mancanza di infrastrutture e risorse. Le lezioni erano spesso ospitate in locali angusti, malsani o di fortuna. Mancavano materiali didattici di base e, a volte, persino il riscaldamento.
In questo contesto non stupisce il gesto di un padre, Geppetto, costretto a vendere il proprio cappotto per poter comprare l’abbecedario al figlio.
E come non solidarizzare con la noia del povero Pinocchio, costretto in una scuola fatta solo di nozioni e teoria. Dove una pedagogia dogmatica richiedeva ai bambini sottomissione acritica e obbedienza.
Le scuole, per lungo tempo frequentate solo dai figli dei ceti abbienti, con l’obbligatorietà scolastica si erano riempite di bambini provenienti dalle famiglie più povere. E Collodi sottolinea, attraverso la ribellione di Pinocchio e di Lucignolo, l’anacronismo educativo della scuola post-unitaria.
Per le famiglie indigenti, i bambini rappresentavano braccia da lavoro immediate. La necessità economica e la fame contrastavano costantemente con l’obbligo scolastico. E le disavventure dei due discoli, pur ironiche e divertenti, puntavano il dito sulla logica conseguenza di questo tipo di educazione: l’abbandono scolastico.
A 200 anni dalla nascita di Collodi, molti dei temi relativi all’istruzione scolastica da lui evidenziati, restano attuali. Tuttavia, per alcuni, le soluzioni collodiane sono ancora incomprensibili.
Anche oggi la scuola è chiamata a cambiare sotto la spinta di una trasformazione della popolazione scolastica. Una popolazione con abitudini variegate e con lingue tanto diverse, quanto ai tempi di Collodi erano diversi i dialetti italiani.
E se oggi non abbiamo il problema diffuso del lavoro minorile, abbiamo sicuramente un diffuso scetticismo rispetto all’utilità pratica di un’istruzione scolastica. Ciò detto, anche l’alternanza scuola-lavoro inizia a mostrare il suo vero volto. E, se non si tratta di sfruttamento di lavoro minorile, in alcuni casi poco ci manca.
Infine, non possiamo dirci liberi neppure dai problemi dell’abbandono scolastico e dell’anacronismo di alcuni programmi d’istruzione.
Molti nostalgici delle punizioni corporali e delle poesie imparate a memoria invocano a gran voce un ritorno al passato. E verrebbe voglia di dar loro ragione. Che rileggano l’antico Collodi.
Che provino a capire Pinocchio e le sue “monellate”.
Forse, dopo una bella ripassata di Minuzzolo e Giannettino, capirebbero che l’educazione passa attraverso la ribellione, l’errore e l’esperienza. Non certo attraverso uno sterile addestramento militare.
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