Il terzo principio della dinamica formulato da Isaac Newton afferma che: «ad ogni azione, corrisponde una reazione uguale e contraria». Lo possiamo osservare ogni giorno, nella nostra quotidianità, a livello fisico, ma è curioso quanto questo principio sembri applicarsi anche a livello sociale e storico.
Non è una novità che ogni generazione “reagisca” ai principi e alla cultura della generazione precedente, ribellandosi, contrapponendosi e agendo spesso in direzione opposta.
È noto che i figli dei conservatori diventino progressisti e che i figli dei progressisti abbiano tentazioni conservatrici. Ma anche osservando fenomeni come, ad esempio, il proibizionismo degli anni ‘20, vediamo come una legislazione nata per azzerare il commercio e il consumo di alcolici abbia dato origine al più grande traffico clandestino di liquori, aumentando la criminalità anziché ridurla.
La stessa teoria dei corsi e ricorsi storici di Vico e, ancor prima, l’anaciclosi di Erodoto, Platone e Polibio, sembrano rispettare questa legge universale. Ogni forma di governo degenera e produce una reazione “uguale e contraria” che porta ad un’opposta forma di governo successiva.
Tuttavia vediamo agire questo principio anche in ambiti frivoli come quello della moda, dove alternativamente le forme si assottigliano e si espandono, in risposta all’eccesso precedente.
Questa ricerca di equilibrio tra estremi sembra rispondere proprio ad una necessità vitale, sia fisica che astratta.
Non stupisce quindi osservare oggi, nell’epoca della massima velocità comunicativa, la diffusione di app di messaggistica lenta come Roost, Carrier Pidge o Slowly.
Si tratta di social che simulano le antiche tempistiche della consegna della posta, e mostrano su una mappa il percorso del messaggio inviato.
Roost (che ad oggi ha più di 600 mila utenti) affida i messaggi ad animali virtuali come uccelli, falchi, lumache o tartarughe. Il tempo di consegna dipende dalla velocità reale dell’animale scelto e dalla distanza geografica.
Carrier Pidge, invece, simula la consegna da parte di piccioni viaggiatori. Su questa piattaforma i messaggi viaggiano a una velocità massima di 177 km/h e, per rendere il tutto più realistico, ogni tanto si perdono.
Infine Slowly che permette di scrivere lettere (ovviamente digitali) ad un “amico di penna”, dopo aver creato il proprio avatar. Si sceglie un interlocutore che abbia interessi in comune, si scrive, si affranca la lettera. Poi si attende per ore o giorni in base alla reale distanza tra gli utenti, collezionando nel frattempo francobolli virtuali da tutto il mondo.
Evidentemente si è raggiunto un eccesso al quale la natura stessa dell’umanità contrappone un eccesso opposto, tornando a scambiare messaggi che lasciano il tempo di pensare. Pensare a cosa scrivere innanzitutto, comporre testi più lunghi, fare i conti con l’attesa. Ma soprattutto liberarsi dall’ansia derivante da questo obbligo sociale non dichiarato, del dover essere sempre connessi con chiunque e a qualunque ora.
La vera libertà, diceva José Mujica (ex presidente dell’Uruguay), dipende da quanto tempo libero possiamo dedicare a ciò che amiamo. Ebbene, pare che il nostro tempo libero sia stato colonizzato totalmente dalla tecnologia e dal lavoro, negli ultimi decenni.
Ora stiamo uscendo dalla bolla di questa iper-connessione costante, priva di senso, priva di scopo ed eterodiretta.
Il bisogno di lentezza e di pausa è stato intercettato, ancora una volta, dal mondo tecnologico, ma possiamo accontentarci per ora.
I segnali di un rigetto verso i peggiori aspetti della comunicazione digitale sono numerosi.
Si diffondono sempre di più i locali “digital-detox”, che vietano o scoraggiano l’uso del cellulare per favorire la socializzazione reale, la lettura e il relax. E dopo la disattivazione delle spunte di lettura da parte dei più giovani (che disertano anche le chat troppo affollate e verbose), cresce da parte loro anche l’uso dei “dumbphone”, i cellulari-base privi di accesso a internet.
Per una volta: seguiamoli. Perché, senza dubbio, stanno andando nella giusta direzione.
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