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Il fair play ucciso dalla paura

Francobollo della serie "Coppa del mondo FIFA 1966 - Regno Unito"

È davvero curioso come sia “asimmetrica” la nostra percezione delle buone maniere: la mancanza di educazione ci fa indignare solo quando la vediamo negli altri.

Certo che, quando uno è famoso per aver inventato il fair play e poi si lascia andare a gesti intollerabili come è accaduto alla squadra inglese agli Europei di calcio, allora la condanna pubblica non può che essere inappellabile.

È una vera fregatura per i calciatori inglesi che il concetto di fair play sia nato proprio in ambito sportivo (significa letteralmente “gioco leale”). Ancor peggio è il fatto che sia nato proprio a opera dei loro compatrioti.

Purtroppo è questo che crea la notizia.
Fossimo stati noi italiani dalla fama di zotici a toglierci la medaglia d’argento, avremmo fatto sicuramente meno scalpore. Sarebbe rientrato nel cliché dell’italiano medio.

Invece quando a fine Ottocento i nobili britannici decisero che nello sport il divertimento e le buone maniere dovessero prevalere sulla competitività e sulla vittoria, l’educazione in campo divenne una priorità anche per tutti gli altri.

Da spettatori è indubbio che sia più gustoso ed emozionante vedere un gioco leale, uno scontro forte, ma capace di fermarsi davanti al limite del rispetto dell’avversario.
Eppure da molto tempo questo fair play si è perso, di cosa ci stupiamo?
Per cosa ci stiamo scandalizzando?

Beh, il problema è che stavolta non si è trattato solo di una questione di fair play.
La nazionale inglese non ha giocato slealmente, per quanto ne posso capire data la mia ignoranza in materia.
La nazionale inglese, o meglio la sua gran parte, ha sputato su un eccezionale secondo posto.

Il cuore della faccenda è che, tale gesto, è il semplice, ovvio riflesso di un sentire globale dove hanno dignità solo i primi.
Dove già i secondi sono considerati ultimi.
E dove gli ultimi non hanno diritto di sopravvivenza.

Ecco perché ci indigniamo, perché questo atto – inconsciamente politico – scoperchia un verminaio e lo sentiamo “sotto pelle”.

Il terrore di non essere primi uccide il fair play.
Questo è un gesto che fa paura perché ci mette di fronte al fatto che tale inaccettabile visione del mondo, è così diffusa da essere mostrata senza ritegno – e senza consapevolezza – in un’occasione pubblica.
Abbiamo paura di essere secondi.
Non decimi, non trentesimi, ma secondi.

La piramide sociale non ha ormai più spazi intermedi in cui ci si possa riconoscere e definire degni, fieri e orgogliosi.

Come in un sistema di stretta “primogenitura”, va tutto al primo e niente agli altri, quindi o stai in vetta o muori.

Questo è l’equivoco, l’errore che dobbiamo prepararci a combattere.
E non solo nello sport.

© riproduzione riservata

2 commenti su “Il fair play ucciso dalla paura”

  1. Chiara Berettini

    Interessante considerazione che mette in rilievo quanto anche lo sport sia lo specchio della società e non il contrario come una subdola e manipolatoria politica vorrebbe farci credere! Brava l’autrice Stefania Lucarelli

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