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Bridgerton regency era

Incisione inglese del XIX secolo elaborazione ©Fototeca Gilardi

Con la Bridgerton-mania torna in auge un periodo caro agli appassionati dei romanzi austeniani: la cosiddetta “Età della Reggenza” rinnova una “Bridgerton regency era”.

Si tratta di una manciata di anni durante i quali – a causa della pazzia di re Giorgio III – il potere fu dato in mano al suo primogenito. Il “reggente” appunto, da cui la definizione “epoca della Reggenza”.

Lo stile stravagante e dispendioso del principe George, poi re Giorgio IV, per un paio di decenni (18111830) diede una precisa direzione alle scelte estetiche e sociali dell’aristocrazia inglese.

Complice la pace conseguente alle vittorie inglesi su Napoleone, il “periodo georgiano” viene infatti ricordato come un’epoca di grande benessere nel Regno Unito.

Un’epoca in cui re Giorgio IV, indebitandosi fino al collo, rinnovò il gusto e lo stile inglese. Grazie anche a uno stuolo di dandies come il celebre Lord Brummell, simbolo della moda Regency.

In questi anni il sovrano decise di affidare all’architetto John Nash la progettazione e costruzione di due luoghi simbolo di Londra: Regent’s Park e Regent Street. Fece anche costruire il Royal Pavilion in stile indiano ispirandosi al Taj Mahal e scegliendolo come residenza reale.

Il “bel mondo” inglese gli andò a ruota, iniziando a spendere tempo e denaro in balli, viaggi, abiti sontuosi, battute di caccia, giochi e gozzoviglie.

Gli uomini divisi tra il club, il bordello, le scommesse e la famiglia.
Le donne divise tra passeggiate, pomeriggi dalla modista, preoccupazioni matrimoniali e pettegolezzi.

Tutto questo mentre le classi più povere vivevano e morivano nel più profondo squallore, in città trasformate dalla recente Rivoluzione industriale.

Durante l’epoca Regency iniziò a sgomitare anche una nuova classe sociale, destinata al futuro predominio politico: la ricca (e ricchissima) borghesia. Impegnata a combinare unioni matrimoniali prestigiose con l’antica nobiltà, rappresentava il perfetto contraltare della nobiltà stessa.

Banchieri, ricchi agricoltori, avvocati, mercanti e imprenditori fecero di tutto per imparentarsi con baroni, conti, visconti.

E la merce di scambio era rappresentata dalle giovani donne in età da marito.

Che si trattasse di una rampolla della nobiltà decaduta o di una ricca fanciulla in cerca di titolo, quella del “mercato matrimoniale” costituiva l’attività principale delle menti materne.

Resta inarrivabile, a questo proposito, l’ironia con cui Jane Austen – testimone di questo commercio sociale – tratterà la questione nei suoi romanzi.

Una battuta che, da sola, varrebbe per tutte, è quella del celebre incipit di Orgoglio e Pregiudizio.

«È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie. Per quanto al suo primo apparire nel vicinato si sappia ben poco dei sentimenti e delle opinioni di quest’uomo, tale verità è così radicata nella mente delle famiglie dei dintorni, da considerarlo legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figlie.»

Ed è proprio questo, il perno attorno al quale ruota il nuovo irreale, gustoso e divertente mondo di Bridgerton, che tanto pubblico richiama in una nuova “Bridgerton regency era”.

Un mondo antico, sospeso tra vecchi e nuovi modelli femminili.
Un universo fanta-storico che sembra paradossalmente capace di inviare (blandi) messaggi di indipendenza alle adolescenti, bypassando la pesante cappa del nuovo integralismo globale.

© riproduzione riservata


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