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La lingua degli uccelli

Attanasio KIRCHERI (1601-1680) Trascrizione musicale del canto degli uccelli, XVII secolo elaborazione ©Fototeca Gilardi

Se, di fronte al chiacchiericcio mattutino degli uccelli, vi siete chiesti almeno una volta: «Cosa mai si diranno?», allora vi siete fatti la domanda più antica del mondo.
O almeno una delle più antiche.

Alcuni studiosi di fonetica ritengono infatti che il linguaggio umano sia nato dall’imitazione dei trilli e cinguettii dei volatili, associati ai suoni tipici di noi primati.

Pare in effetti che esista una convergenza evolutiva tra la voce degli uccelli e quella umana, ipotesi già citata da Darwin a suo tempo.
Ed è stato recentemente appurato che uccelli e uomini hanno in comune più di 50 geni correlati al linguaggio e all’apprendimento vocale.

Possiamo quindi ipotizzare che la primissima lingua umana sia effettivamente nata riproducendo i canti degli uccelli.
E questa “musica ritmata”, rappresentata dal canto dei volatili e probabile base del nostro linguaggio, è rimasta nella leggenda come una sconosciuta lingua ancestrale, capace (potenzialmente) di connetterci ancora alla Natura.

O almeno, questo credevano gli antichi.

Sulla cosiddetta “lingua degli uccelli” esiste infatti una vastissima letteratura che associa la capacità di comprendere la comunicazione dei volatili, con l’abilità profetica.

Nella Bibbia Adamo ed Eva sono capaci di parlare con gli animali attraverso un perduto canto ritmico. E molti personaggi del mito, nel corso delle loro imprese, si trovano a comprendere il linguaggio degli uccelli o riceverne avvertimenti e messaggi.

Spesso l’abilità di capire il linguaggio degli uccelli arriva attraverso il contatto con un drago. Oppure con dei serpenti che lambiscono le orecchie di un mortale e gli donano la capacità di capire i segreti della Natura.

Gli stessi Dei greci hanno come messaggeri degli specifici uccelli a loro sacri. Zeus l’aquila, Atena la civetta, Era il pavone, Afrodite cigni e passeri, Ares il picchio, Apollo il corvo. E in quanto a Ermes, dio messaggero per eccellenza, appena nato si trasforma direttamente in uccello e se ne vola via. E in seguito viaggerà munito di caduceo: un bastone su cui sono avvolti – guarda caso – due serpenti.

Gli uccelli d’altronde sono perfetti rappresentanti di quel tramite fra il cielo e la terra che sta alla base della comunicazione tra gli umani e gli dei.

E proprio per questo, dal punto di vista esoterico, religioso e rituale, il canto modulato sui gorgheggi dei volatili ha sempre caratterizzato le antiche cerimonie, in moltissime culture. Senza dimenticare che anche l’abbigliamento dei diversi sciamani, richiama spesso il piumaggio degli uccelli e il loro aspetto.

Così la “lingua degli uccelli”, chiamata anche “lingua verde” è rimasta a lungo nella credenza popolare come un codice segreto, rivelato a pochi, per contattare il mondo della Natura.
Un codice che pare San Francesco conoscesse. Così come lo conoscevano San Benedetto, San Paolo e una schiera di altri santi capaci di comunicare con gli animali.

E ancora oggi sopravvivono i cosiddetti “linguaggi fischiati”, come il silbo (usato dal popolo Guanche sull’isola de La Gomera nelle Canarie). Si tratta di un codice di suoni che permette di comunicare a grandi distanze in territori impervi.
Nate proprio dal linguaggio degli uccelli, queste lingue fischiate vengono utilizzate per varie comunicazioni. Dall’approvvigionamento di cibo, al pascolo degli animali, fino agli eventi chiave della vita come nascite, matrimoni, decessi, feste e rituali.

E naturalmente restano un codice segreto, da usare in presenza di stranieri.

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