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L’Appennino dimenticato

alluvione città invasa dal fango. Fotografia di Ando GIlardi, Salerno 1954. ©Fototeca Gilardi

Da quanto tempo il nostro Appennino è in sofferenza?
Probabilmente da sempre.

Chi scrive, vive sull’appennino tosco-romagnolo, proprio al centro delle zone alluvionate e strette tra le frane di questi giorni.
Sappiamo tutti che la stessa catastrofe che investe oggi la Romagna, in passato ha investito le Marche, la Liguria, il Piemonte, la Toscana. Tutto l’entroterra italiano.

È inutile tentare di dimenticarlo.
La nostra penisola è attraversata da una dorsale che vede ettari ed ettari di territori e popolazioni abbandonate a sé stesse. Territori costellati da corsi d’acqua, trascurati dall’amministrazione centrale e gravati da poca prevenzione, dove le calamità naturali rischiano di cancellare interi paesi.
Luoghi che invecchiano e che la comunicazione ufficiale vende ai giovani come “il futuro”. Senza però investirci un euro.

A ogni perturbazione della durata di qualche giorno, migliaia di persone sparse in quei territori (tanto decantati dai pubblicitari del turismo), rischiano di vedersi crollare le strade sotto i piedi.

L’Appennino dimenticato

La verità è che, normalmente, qui in Appennino si fa persino fatica a capire di chi siano le competenze per la manutenzione ordinaria delle strade.
E le indicazioni a livello politico puntano da tempo a chiudere tutti i servizi periferici: ospedali, polizia stradale, uffici postali, sportelli bancari. Le direttive del Provveditorato chiedono esplicitamente di “risparmiare” e chiudere le scuole con pochi bambini.

Vogliamo pensare che il problema sia “solo” una settimana di pioggia con conseguenti allagamenti, morti, sfollati, chiusura di aziende, perdita di animali e risorse agricole?
Ci accontentiamo di parlare genericamente di manutenzione dei fossi, degli argini e degli invasi ?
Liquidiamo la faccenda parlando di cambiamento climatico?
Bene.

Ma il problema, per quanto grande, è ben più grave di così.
Il problema è che l’Italia è per due terzi Appennino e dimenticarlo, significa tagliare il ramo dell’albero su cui siamo seduti.
Quel che accade “quassù”, ricordiamolo, non può che arrivare a valle.

© riproduzione riservata


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