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L’etichetta di Dioniso

L'etichetta di Dioniso

È tempo di vendemmia e presto le cantine inizieranno a riempirsi del “sacro nettare”.

Certo la nostra immaginazione deve abbandonare l’antica idea di affascinanti botti in legno (ora quasi interamente sostituite da cisterne d’acciaio) e immagini di pigiatura con i piedi.
Ai nostri giorni la produzione di vino è un processo altamente tecnologico.

I vinificatori, costretti a portare sul mercato un prodotto che non cambi sapore da un anno all’altro, sono oggi totalmente succubi della tecnica. Così come un tempo erano succubi dei capricci della natura.

Ma il commercio di vino rimane un’attività redditizia così come lo era millenni fa, quando il Mediterraneo era attraversato da navi cariche di anfore destinate a riti sacri o a più prosaici banchetti.

E fin da allora il prezioso frutto della vite è stato accompagnato da etichetta.

Nessun produttore infatti avrebbe lasciato viaggiare il proprio vino senza apporre il proprio sigillo sull’anfora e senza indicare il luogo di provenienza o il tipo di uva utilizzato.

Come si sa l’etichetta è il primo e più semplice veicolo pubblicitario e non è certo un’invenzione moderna.

È noto che Howard Carter, tra le varie suppellettili trovate nella tomba di Tutankhamon, scoprì anche 26 anfore contenenti diversi vini.

Le anfore recavano scritte del tipo: Anno 4. Vino di ottima qualità. Tenuta di Aton del fiume a Ovest. Vignaiolo Khay. Oppure Anno 4. Vino dolce. Tenuta di Aton. Vita! Prosperità! Salute! Dal fiume occidentale. Vignaiolo Aperrekeph.

All’epoca gli Egizi erano tra i maggiori produttori e commercianti di vino del Mediterraneo.
E sulle loro anfore venivano regolarmente incise tutte le informazioni che oggi noi mettiamo sulle etichette delle bottiglie: data e luogo di produzione, nome del produttore, tipo di vino e, come abbiamo visto, anche un giudizio sulla qualità.

Anche le botti e gli otri degli antichi romani erano contrassegnati con nome del vino e luogo di provenienza. Ma è solo nel corso del 1500, con la diffusione delle bottiglie di vetro, che nasce l’etichetta per come la conosciamo oggi.

Inizialmente si trattava di una scomodissima placca di metallo appesa alle ampolle, sui cui era inciso il nome del vino. Sembra che il primo a legare una leggera pergamena al collo della bottiglia con le informazioni riguardanti il suo pregiato champagne, sia stato Dom Perignon, monaco benedettino inventore del metodo champenoise.

Le etichette di carta incollate sulla bottiglia appaiono invece alla fine del 1700.

Il merito va al cecoslovacco Alois Senefelder, inventore dell’arte litografica.
Ma è solo nel corso del XIX secolo che i piccoli rettangoli iniziano ad arricchirsi di illustrazioni e colori.

Grappoli d’uva, Bacchi rubicondi seguiti da baccanti, scene di vendemmia e calici ornano via via le etichette dei più svariati vini. Troneggiano stemmi di antichi casati dediti all’arte enologica.

La provenienza geografica inizia a essere indicata anche da figure in abiti tradizionali regionali e le informazioni si arricchiscono.

Accanto alle bottiglie di Sangiovese, di Bordeaux, di Chardonnay, di Barbera e di Moscato – in cui il vino prende il nome del vitigno o del territorio di origine – iniziano ad apparire prodotti con nomi di fantasia.

Si tratta dei vini blended cioè miscele di diverse uve, come ad esempio il “Sassicaia” o il “Salice Salentino”.

Ma una flebile traccia dell’antico ruolo misterico del vino ancora risuona nel nome di alcuni prodotti come il “Lacrima Cristi” o il “Vin Santo”.

È segno che Dioniso – folle dio dell’ebbrezza – stringe ancora saldamente in mano lo scettro della tradizione. E forse, un giorno, riporterà un po’ di “naturale imprevisto” nella sacra arte del vino.

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