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Mario Rapisardi

Mario Rapisardi (1844-1912) letterato e poeta. Ritratto fotografico con dedica alla Società dei Reduci delle Patrie Battaglie di S. Giovanni in Persiceto, Italia 1911 circa

In Fototeca conserviamo diverse preziose gallerie di ritratti, sono collezioni di rilievo che vale la pena di esplorare sfogliando una ad una le vite dei personaggi illustri che la storia non ha trasformato in icone universali, ma che hanno lasciato tracce rilevanti grazie al loro contributo umano e professionale, o per la particolarità della loro vita. Per questo abbiamo deciso di proporvi periodicamente un personaggio famoso o “diversamente illustre” per condurvi nel cuore di una delle nostre collezioni più interessanti, il Fondo “Società dei Reduci delle Patrie Battaglie” del Ministero dei Beni Attività Culturali e del Turismo. Buona esplorazione ai cultori dell’immagine storica.

Mario Rapisarda, noto poi come Rapisardi, nacque a Catania il 25 febbraio 1844, da Salvatore Rapisarda e Maria Patti.

Figura contraddittoria e polemica del panorama letterario siciliano, fu uno dei più acclamati e criticati poeti della sua epoca.

Di estrazione borghese Rapisardi, al pari di molti coetanei, aveva avuto come precettori figure religiose che lo avevano formato nelle discipline umanistiche.

Per assecondare il padre, patrocinatore legale, si era anche iscritto a Giurisprudenza, senza mai arrivare alla laurea.

Ombroso, orgoglioso, superbo, polemico e dalla lingua affilata, non mostrò mai vergogna per questo mancato traguardo.

Anzi si vantò di essersi formato autonomamente “distruggendo la meschina e falsa istruzione ed educazione ricevuta […] fuori di qualunque scuola, estraneo a qualunque setta, sdegnoso di sistemi e di pregiudizi”.

Fu forse in questi anni che decise di presentarsi come Rapisardi, affinché il suo cognome rimasse con quello dell’amatissimo Giacomo Leopardi.

Ma nel novero dei maestri scelti da sé, oltre a illustri poeti come Alfieri, Foscolo e Monti, troviamo anche un filosofo come Comte, fondatore del positivismo.

Figlio della propria epoca non mancò di sostenere con passione le istanze risorgimentali.
Appena quattordicenne, mentre sotto i suoi occhi sfilavano i Mille di Garibaldi, compose una patriottica “Ode a Sant’Agata” inneggiante alla libertà dal regime borbonico.

Non ancora ventenne, nel 1863, pubblica i Canti. La Palingenesi nel 1868, le Ricordanze nel 1872, nel 1875 Catullo e Lesbia, nel 1877 Lucifero, nel 1883 Giustizia, nel 1884 Giobbe.

Nel frattempo viene nominato ordinario di letteratura all’università di Catania e traduce Lucrezio, Catullo e Shelley.

Quando pubblica il poema “La Palingenesi” , in cui auspica una riforma religiosa del mondo, si guadagna l’entusiastica recensione di Victor Hugo.
Il grande autore francese lodando l’opera, lo definisce addirittura “un precursore”.

Continua così la sua sfolgorante carriera di professore universitario, accompagnata dall’intensa attività letteraria.

Altrettanto intensa sarà la sua attività polemica che lo vedrà coinvolto in una serie infinita di scontri con illustrissimi colleghi, da Verga a Carducci, da Guerrini a D’Annunzio.
Per motivi pubblici e privati.

Se con Carducci il feroce contendere è politico e professionale, con il conterraneo Verga le cose sono più complicate.

Carducci, senza venire nominato, appare nei versi del “Lucifero” , in modo inequivocabile:
«E chi in aspetto di plebeo tribuno
Giambi saetta avvelenati e cupi,
e fuor di sé non trova onesto alcuno.
Idrofobo cantor, vate da lupi … »

Il poeta toscano, monarchico e orgoglioso, se ne risente alquanto, si inalbera.
Rapisardi nega di essersi mai riferito a lui e di rimando gli risponde che, se Carducci si è riconosciuto in quei versi, evidentemente quel ritratto “involontario” era perfetto.

Poi rincara la dose e lo descrive con « testa irsuta, ampie spalle, ibrida e tozza persona, in canin ceffo occhio porcino, bocca che sente di fiele e di vino » .

Carducci lo apostrofa con un insulto letterario (“arcade”) poi gli dà del “vil catanese; grande ipocrita e grande egoista”.

Con Verga invece la storia coinvolge il privato.

I due autori sono entrambi siciliani, ma opposti caratterialmente e fisicamente: Verga robusto, solido, ben curato e Rapisardi esile, vanitoso e languido.

Prima amici, poi rivali in amore, si scontrano a causa della moglie di Rapisardi, la scrittrice fiorentina Giselda Fojanesi.

La donna, in procinto di sposare Rapisardi, conosce Verga e probabilmente se ne innamora immediatamente.

Le convenzioni dell’epoca la portano comunque a sposare Rapisardi che si rivela un pessimo marito, violento e infedele.
La suocera non fa altro che attizzare i conflitti nella coppia e la popolazione catanese tifa per lo strambo e focoso poeta.

Mentre a lui è permesso tradirla con Evelina Cattermole, a lei non viene perdonato il tradimento con Verga. È lo stesso Verga a scrivere la lettera “anonima” che rivelerà a Rapisardi il tradimento di Giselda e che provocherà la separazione.

Persino Pirandello e Brancati racconteranno questa vicenda, notando come il popolo di Catania fosse infatuato di Rapisardi, eclettico, libertario e verboso, tanto da solidarizzare con una fiaccolata sotto casa, alla notizia del tradimento.

Dopo questi anni sentimentalmente turbolenti, Rapisardi trova pace nella relazione con la donna che gli resterà accanto fino alla morte: Amelia Poniatowski Sobernich.

Negli ultimi anni Rapisardi si ritirò dalla vita pubblica, forse ferito dal mancato riconoscimento dei contemporanei, ma sempre fortemente saldo nella visione di se stesso, ben descritta anni prima nel poema Atlantide:

«Quel disdegnoso in su la tolda ritto,
Fosco il crin, fiso il guardo, ampia la fronte,
È il vate etneo, che come spada ha dritto
L’animo, ardente il cor, le rime pronte…»
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