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L’amica geniale

L'amica geniale. Due bimbe camminano abbracciate. Fotografia di Ando Gilardi Qualiano (NA), Italia 1954 elaborazione ©FototecaGilardi

Si avvicina alla conclusione la terza parte dell’amatissima fiction Rai, ispirata alla serie di romanzi best seller di Elena Ferrante.

Dopo essere stato un clamoroso successo letterario “L’amica geniale” ha conquistato il mercato delle serie TV, sia italiano che internazionale.
Le prime due stagioni sono uscite in 56 paesi affascinando in particolare il pubblico americano. E le stagioni successive hanno già caratteristiche pensate per una distribuzione negli U.S.A.

La storia dell’amicizia tra Lenù e Lila, nate in un poverissimo rione di Napoli a metà degli anni ’40, è la storia di molte donne nate nel Dopoguerra.

Una storia antica e moderna allo stesso tempo.

Una vicenda privata che si mescola con lo sviluppo dell’Italia in quei decenni che ci hanno visti attraversare una ricostruzione e un “boom economico”. È la storia “piccola” che si interseca con le lotte sindacali e le proteste studentesche.
Quella che si snoda mentre infuriano il terrorismo e le guerre di camorra e di mafia. Mentre la modernizzazione nascente perde definitivamente il treno dello sviluppo economico e culturale.

L’amica geniale è la storia del femminile povero, periferico.
Quello nato sulle macerie della guerra. Un femminile che ha l’urgenza di vivere, ma è ancora schiacciato dalla tradizione e dall’ignoranza, in un epoca in cui tutte le frontiere paiono aprirsi.

Nel romanzo, così come nella fiction, è fin da subito evidente che il legame di amicizia che si crea fra Lila e Lenù ha una forza particolare. Tuttavia presenta aspetti oscuri, complessi, contraddittori.

L’amicizia fra queste due bambine che crescono in un ambiente violento, per nulla rispettoso della loro natura e della loro intelligenza, diventa l’unico elemento di forza che può tirare fuori entrambe dal “rione”.
Quel rione che è simbolo del retaggio familiare e sociale di un’Italia arretrata e sofferente, dove soltanto la cultura sembra poter gettare qualche spiraglio di luce.

La scuola e lo studio sono la prima porta aperta su un mondo diverso e migliore che le bambine riescono ad attraversare.

Ed è qui che, però, le loro strade iniziano a separarsi.

Essere “femmina” nell’Italia degli anni Cinquanta, in alcune zone significa ancora sottostare alle decisioni del padre e alle regole non scritte della comunità.

La fortuna di avere un padre dalla mente aperta porterà Lenù ad affrancarsi da quel mondo.
Lila invece, vittima di un padre violento e ignorante, vedrà chiudersi fin da subito le porte del proprio futuro.

In tutto questo l’amicizia femminile emerge come un legame vitale, capace di superare anche quello familiare.

È un’amicizia che si incrina e si ricompone mille volte. E si ricompone sulla base non solo di un affetto, o meglio di un attaccamento tenace, ma anche di un’ammirazione reciproca.

Tra Lila e Lenù c’è un continuo gioco di specchi in cui l’una si rifà all’altra, si paragona all’altra. In cui una conta sull’altra per affrancarsi da una schiavitù invisibile o materiale.

E mentre i loro mondi si allontanano le vediamo combattere con tutti quei pregiudizi che le nostre madri hanno conosciuto molto bene.

Le vediamo affrontare la questione della contraccezione, quella dei diritti sul lavoro, dell’equilibrio tra lavoro e famiglia.

Ma soprattutto le vediamo alle prese con un mondo maschile che appare sfaccettato, ma che – nei fatti – non si affranca dai retaggi antichi neppure fuori dal “rione”.

Ed è forse questo che lascia più l’amaro in bocca.

È di fronte a questo che l’amicizia tra Lila e Lenù, per quanto squilibrata e complicata, apparirà fino alla fine come uno scoglio a cui aggrapparsi nella tempesta.

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