Home » Blog » Il ritorno del vinile

Il ritorno del vinile

procedimento di stampa dischi in vinile servizio fotografico di Ando Gilardi

Per la prima volta dopo 30 anni il disco in vinile in Italia, nel 2021 ha superato le vendite dei cd musicali.
Nel giro di un anno, in un mercato dominato dallo streaming, la vendita di vinili è aumentata del 121%. Questi vecchi supporti musicali hanno raggiunto l’11 % delle vendite globali di musica nel nostro paese.

Per molti anni oggetto di culto e appannaggio dei soli collezionisti, il disco in vinile esce dunque dal piccolo circuito dei nostalgici per conquistare gli appassionati di musica.
Sembra infatti che per un orecchio neanche troppo allenato, la qualità dei suoni “analogici” sia decisamente superiore rispetto a quella del suono digitale.
Naturalmente tutta l’industria musicale e discografica, fiutato il nuovo trend, si è affrettata ad affiancare le versioni digitali dei nuovi brani, con i dischi a 33 giri.

Ma il recente successo dei vinili non è soltanto un vezzo. La loro qualità oggi è decisamente più alta dei dischi di una volta. I più moderni giradischi sono ora muniti di bracci così leggeri e di puntine così morbide da entrare in profondità nel solco, riproducendo perfettamente l’incisione.

Storicamente il disco in vinile appare nel 1948 ad opera della Columbia Records.

In origine, i primissimi grafofoni e grammofoni – inventati da Emile Berliner nel 1889 – utilizzavano dischi in gommalacca a 78 giri, incisi su una sola facciata.
Il tempo di registrazione era molto limitato perciò chi voleva ascoltare più di un brano o due, era costretto ad acquistare, magari a rate, dei veri e propri “album” con 8 o 10 dischi. Addirittura le opere complete erano costituite da 20-30 dischi ciascuna.
Da qui deriva l’utilizzo che oggi facciamo della parola “album”, per indicare le raccolte di brani musicali.

La prima registrazione italiana di un disco a 78 giri avvenne a Milano l’11 aprile 1902, al Grand Hotel de Milan di via Manzoni. Si tratta di dieci brani operistici cantati da Enrico Caruso incisi per la Gramophone Company .
Il “78 giri” da quel momento, dominò il mercato per mezzo secolo. Il Novecento vide il diffondersi di etichette musicali come Cetra, Durium, RCA, la Voce del Padrone.
Fu però la Columbia Records (oggi Sony Music) a incidere il primo 78 giri su due facciate e a innovare il settore. E nel 1948 introdusse il famoso 33 giri in vinile, infinitamente più leggero e capace di contenere moltissimi brani in un unico “long playing”.

L’innovazione del mercato discografico nei decenni successivi si snodò attraverso la lotta all’ultima nota tra Columbia Records ed RCA. Quest’ultima aveva infatti investito in un formato “piccolo” di vinile: quello del 45 giri.

Il 45 giri resterà la “cenerentola” del mercato musicale fino agli anni Sessanta. Ma complici i juke-box, i mangiadischi e il prezzo ridotto rispetto agli LP, diventerà in breve tempo il disco preferito dagli adolescenti del “boom economico” .

È proprio con il vinile a 45 giri che inizia infatti la fruizione “giovanile” e privata della musica.
I brani vengono consumati, ascoltati e riascoltati nelle case, ballati a ogni festa.
La musica esprime lo spirito rivoluzionario dei tempi. Accompagna le proteste, mostra le crepe di un sistema antico, apre le porte a una trasformazione dei costumi dalla quale non ci sarà ritorno.

Inizia così il consumo privato e bulimico di musica, che sarà sempre più diffusa, varia, a buon mercato, “trasportabile” . Sempre più “immateriale”.

Ed ecco che, dopo 50 anni di abbuffata musicale, l’orecchio inizia a essere più esigente e, complice una rinnovata tecnologia, torna al vinile.
Un vinile con l’aria vintage e snob, di un lord inglese.

© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *