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Fibre di canapa

lavorazione della canapa Fotografia di Ando Gilardi, Napoli, 1954. dettaglio ©FototecaGilardi

La coltivazione della canapa per ottenere carta, cordame e fibre tessili ha rappresentato a lungo per l’Italia una delle più importanti risorse agricole.
Ma solo fino ai primi anni Cinquanta del Novecento.

Pianta robusta e resistente era coltivata in ogni podere del nostro paese. Aveva la capacità di mantenere il suolo ricco di sostanze nutritive, rimuovendone le tossine e contribuendo alla sua fertilità.
La semina della canapa avveniva proprio in questo periodo, i primi di aprile, verso Pasqua.
La pianta cresceva in fretta e raggiungeva presto i due metri/ due metri e mezzo.

Tra luglio e agosto si procedeva alla raccolta e i contadini la stendevano ad asciugare al sole per una decina di giorni. Infine la scuotevano con forza per far cadere le foglie secche ancora attaccate allo stelo.

Successivamente si riunivano le canne in piccoli fasci – poi riuniti in un fascio più grande con tre legature – e si portavano al macero.
Il macero consisteva nell’immergere le piante così legate in una vasca piena d’acqua e nel tenerle a bagno per un certo tempo.
A volte si faceva una piccola diga nel torrente e, posta la canapa in doppio strato nell’acqua bassa stagnante, si teneva a fondo con sassi o tronchi.

La macerazione durava dagli otto ai dieci giorni e le piante venivano controllate spesso: si entrava nella vasca o nel fiume e si guardava se la fibra si staccava dallo stelo.
Quando la fibra era scoperta, si prendeva il fascio e si lavava nell’acqua corrente sfregando con forza le canne per staccare tutti i residui. Era così che pian piano la canapa diventava bianca.

I contadini facevano sgocciolare gli steli e poi li caricavano sui carri e li portavano nelle cascine.
Li stendevano nell’aia ad asciugare intorno ai pagliai o sulle siepi, per altri 10 giorni.
Per procedere alla battitura bisognava trovare il tempo, ma non c’era fretta.
D’estate si sa, i lavori agricoli sono tanti e la canapa non correva pericolo di seccarsi troppo.

La fase della battitura era piuttosto, lunga e faticosa. Tecnicamente le operazioni per liberare la fibra si chiamavano “scavezzatura” e “gramolatura” e consentivano di frantumare gli steli legnosi e ricavarne la canapa da filare. La battitura poteva durare giornate intere ed era estremamente faticosa.
Si prendevano i piccoli fasci, si ponevano lungo un tronco di legno scavato e si battevano con un bastone che liberava la fibra dallo stelo fino ad ottenere la matassa di fili.

A questo punto si passava alla pettinatura.
A seconda di quanto erano fitti i denti del pettine (di legno o metallo) si ottenevano tre prodotti diversi, via via più pregiati.
Dalla prima pettinatura si otteneva la stoppa che serviva per produrre le funi e i finimenti per il bestiame.

La seconda pettinatura produceva una fibra di canapa intermedia usata per realizzare tessuti grezzi destinati a fare lenzuola, sacchi per la farina, bisacce o teli da materasso.

Infine, con il terzo passaggio si otteneva il “fiore”.
Il “fiore” della canapa era un prodotto pregiato, formato da fili sottili come capelli e destinato alla realizzazione della biancheria da corredo come tovaglie e asciugamani.

Nel dopoguerra il filo per cucire era diventato così raro che per sostituirlo si usarono proprio i fili del “fiore” di canapa.

La fase successiva alla pettinatura era quella della filatura, in cui la fibra veniva ritorta e avvolta, mediante fuso e rocca.
Questi due strumenti erano tanto fondamentali per le contadine del passato che spesso li ricevevano come dono di nozze da parte della suocera.

Se il filo andava usato per la biancheria si lasciava naturale, mentre per i tessuti scuri si tingeva in casa. A questo punto il filato era pronto per la tessitura.

Indubbiamente la coltivazione della canapa ha rappresentato una grande risorsa per le famiglie contadine del passato. Ma anche oggi, grazie alle nuove tecnologie, potrebbe tornare facilmente a sostituire le fibre sintetiche creando in breve tempo un comparto industriale fiorente ed ecocompatibile.

Senza dimenticare che la carta ottenuta dalla canapa non solo potrebbe sostituire egregiamente quella ricavata dagli alberi evitando il loro abbattimento, ma avrebbe anche la proprietà di non ingiallire nel tempo.

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