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Il potere del titolo

Il potere del titolo, composizione

Per i sociologi è sempre stata materia di studio.

Si tratta della costruzione degli stereotipi attraverso i media, ma in particolare attraverso i titoli dei giornali.
È noto che circa il 60% degli articoli condivisi sulle pagine dei social non viene aperto né letto.

Questo sottolinea come sia fondamentale la scelta del titolo al fine della comunicazione.
E quanto sia facile fare propaganda attraverso questa scelta.

In una celebre scena del film “Sbatti il mostro in prima pagina” (1972) Gian Maria Volontè, nei panni del capo redattore de “Il Giornale” (quello vero sarà fondato solo nel 1974), redarguisce un giornalista per l’uso incauto delle parole in un titolo.
Parole che colpevolizzano chi legge (un qualunque imprenditore, target della testata) perché un uomo, disoccupato e con 5 figli, si è dato fuoco dalla disperazione.

Questa breve sequenza andrebbe vista e rivista più volte per comprendere quanto sia sottile il bisturi della propaganda. Quanto basti poco per indurre una convinzione o un’altra in chi legge di fretta o con disattenzione.

Facendo una carrellata dei titoli di un preciso periodo storico, a distanza di anni, si ha precisa misura di chi fossero i bersagli della propaganda dell’epoca.

Oggi, nell’era dei social, questo meccanismo si è estremizzato.
I titoli stanno sostituendo gli articoli e la cosa interessante è che spesso, chi fa il titolo, non è il giornalista che ha scritto il pezzo.

Persino i TG, di fronte a questa dinamica che coinvolge non solo la lettura, ma anche l’ascolto, da diversi anni hanno scelto di far precedere la lettura delle notizie, da un breve annuncio vocale dei titoli.
Inutile dire che spesso sono fuorvianti come quelli degli altri media.

Immaginarci, oggi, esenti dalla “propaganda dei titoli” sarebbe di un’ingenuità disarmante.
In questo momento addirittura siamo alla fase 2.0, quella degli “slogan” che prendono il posto dei titoli.
O addirittura a quella 3.0, in cui si creano neologismi per rafforzare la propaganda in una sorta di bullismo mediatico.

Passiamo quindi in rassegna i titoloni (e occhielli) del passato.
Osserviamo come venivano orientate le opinioni dei nostri genitori e dei nostri nonni e poi valutiamo il presente.

Infine sforziamoci di leggere. Libri, articoli, saggi.
E invitiamo i nostri figli ad arrivare alla fine di una pagina, di un articolo, di un libro o aspettare semplicemente che il loro interlocutore finisca di parlare.

Solo dopo sarà possibile avere un giudizio e non un pre-giudizio.

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