Home » Blog » Feticismo epistolare

Feticismo epistolare

messaggio manoscritto con sottile calligrafia, retro di cartolina 1915

Tra le cose perdute nel tempo, l’abitudine di scrivere lettere è una di quelle che rimpiango di più.

Amo scrivere a mano.
E mi piace tantissimo decifrare le scritture altrui, cercare di intuire il carattere dell’altro attraverso la sua calligrafia.

Mentre batto le dita sulla tastiera penso a quanto poteva essere diverso due secoli fa mettere i propri pensieri sulla carta. Avere in mano un piccolo diario personale dalla copertina di cuoio, con pagine spesse e preziose, che sarebbe stato un delitto sprecare.

Il periodo tra Ottocento e Novecento fu l’epoca d’oro della corrispondenza manoscritta.
Da una parte per il crescente numero di alfabetizzati. Dall’altra grazie alla crescente passione dei borghesi per il racconto minuzioso delle proprie attività quotidiane.

Intere vicende familiari possono essere ricostruite attraverso i carteggi tra i suoi componenti.

Una delle più conosciute e lette è quella che Natalia Ginzburg raccolse e organizzò sotto il titolo “La famiglia Manzoni”.
Un romanzo epistolare in cui parlano direttamente le voci del grande autore milanese, dell’amatissima madre, della moglie e dei numerosi figli.

Quando sento nostalgia delle lettere manoscritte però, immagino soprattutto le fanciulle borghesi dei romanzi austeniani.

Sedute allo scrittoio, composte e pensose. Impegnate a scrivere un invito a un ballo, componevano il loro biglietto consapevoli che sarebbe stato recapitato il giorno dopo.

E consapevoli che avrebbero dovuto aspettare altre 24 ore per ottenere una risposta.

Chissà quanto tempo dedicavano alla stesura delle loro lettere alla famiglia quando, ospiti da qualche parente, raccontavano con garbo le piccole vicende quotidiane?

Tempi diversi e parole diverse, per sentimenti forse non troppo lontani da quelli dei ragazzi di oggi.
Eppure toccare quelle pagine manoscritte, sulle quali poteva cadere qualche romantica e ottocentesca lacrima, doveva essere infinitamente più emozionante.

E non c’è dubbio che due secoli fa molti fossero affetti da una sorta di feticismo epistolare.

Accarezzare il foglio che era stato tra le mani dell’amato o dell’amata.
Sentirne il profumo, portarlo al cuore.
Rileggere mille volte le parole scritte da un familiare perduto o lontano, notando l’emozione nel ritmo della scrittura e nel suo tratto.

Con quanta maggior cura si dovevano scegliere le parole?

E che dire della possibilità di riconoscere l’autore di un messaggio o di una cartolina, attraverso l’inconfondibile scrittura?

Oggi, chiunque potrebbe essere il “digitatore” degli asettici caratteri da tastiera, uguali per tutti.
Siamo sinceri, l’unica certezza che abbiamo è quale sia il device di partenza.

Tuttavia che ne sappiamo dell’autore del messaggio?
Riconosciamo il suo spirito? Non può che essere lui?
Eh beh, probabile.

Ma volete mettere ricevere una bella lettera di quattro facciate, scritta a mano, magari una volta al mese?

Vedere gli errori, le correzioni, i piccoli ripensamenti.
Quanta attesa! Quanta emozione!

E che risparmio di parole inutili.

© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *