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Bruegel e i 7 vizi capitali

Invidia. Peter Brugel il Vecchio. Incisione dalla serie dedicata ai Vizi Capitali, 1558

Invidia horredum monstrum, saevissima pestis”.
L’invidia è un mostro orrendo, la più terribile pestilenza.

Ecco la frase che Pieter Bruegel decise di collocare sotto la sua celebre rappresentazione di uno dei più “umani” vizi capitali.
Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530?–1569), celeberrimo pittore olandese, fu attivo in Nord Europa mentre in Italia trionfava l’opulento stile rinascimentale. Non possiamo immaginare nulla di più lontano dal trionfo dei corpi e della natura, che la sua pittura.

Amico di tecnici dell’immagine (cartografi, tipografi e incisori) più che dei colleghi artisti, venne a contatto con le opere del visionario e “infernale” Bosch già all’inizio della sua carriera.
Uno dei suoi primi lavori per l’editore Hieronymus Cock fu infatti la riproduzione di una serie di disegni di Bosch a scopo di incisione.

La visione di un’umanità ammassata e brulicante mutuata da Bosch, morto ben prima della nascita di Bruegel , emerge prepotente in quella che – a mio avviso – è una delle più affascinanti “serie” prodotte dall’artista olandese: quella dei Sette Vizi Capitali.

Osservare una per una le tavole di Bruegel, cercare di capirne i dettagli, significa fare un viaggio nel nostro lato oscuro, trovandoci di fronte alle nostre piccole e grandi meschinità.

Uomini, donne e animali, sono mescolati non solo nello spazio, ma anche nelle forme.
Oggetti di uso quotidiano diventano simbolo dei nostri miseri tentativi di darci importanza.
Demoni e creature immaginarie giocano con la nostra dignità.

Il carattere allegorico dei Vizi gode di associazioni immediatamente leggibili ad un uomo del Cinquecento, meno leggibili per noi.
Le associazioni con gli animali sono semplici. Il leone o il pavone rappresentano la superbia, il lupo l’avarizia, la capra e la scimmia la lussuria, l’asino l’accidia, il maiale la gola, il cane l’invidia, l’orso l’ira.
Il resto però in gran parte sfugge alla lettura, pur arrivando diretto all’inconscio.

Ecco tutto il peggio dell’umanità in sette brevi sequenze, dense di salutare sarcasmo.

L’INVIDIA è rappresentata da una donna seduta che, mangiando, indica un grosso tacchino mentre due cani ai suoi piedi si contendono un osso. Ai lati la bottega di un calzolaio e una pentola di scarpe. Nel castello sullo sfondo si sta svolgendo un funerale, mentre un palazzo va a fuoco.

La GOLA è un tripudio di ingozzamenti e bevute, di furti di cibo, gabbie colme di selvaggina, mostriciattoli che trasportano pezzi di maiale, ma non manca chi vomita da un ponte. Persino gli edifici “divorano” persone. E Bruegel accompagna questa visione con la semplice frase “Ebrietas est vitanda ingluviesque ciborum”: ubriachezza e ingordigia sono da evitare.

La personificazione dell’IRA è una vecchia con un coltello fra i denti che indossa un cappello ornato di un ramo spinoso e porta con sé un’ampolla piena di un liquido (forse sangue). Intorno scene di guerra e litigi che coinvolgono anche gli animali. Qui Bruegel non si limita a raccomandare sobrietà, ma sottolinea con le parole l’effetto visivo. “Ora tument ira, nigrescunt sanguine venae”, cioè: le loro bocche sono gonfie di rabbia, i vasi sanguigni diventano neri.

La LUSSURIA è una fanciulla nuda che bacia una creatura mostruosa. Dietro la coppia sfila un singolare corteo guidato da un uomo con la cornamusa e sullo sfondo si vedono vari tipi di accoppiamenti umani, animali o demoniaci. Anche gli escrementi entrano a far parte di questo “vizio” e il monito è: la lussuria indebolisce le forze e fiacca le membra (“Luxuria enervat vires, effoeminat artus“).

La personificazione dell’AVARIZIA (cioè dell’Avidità) è una dama ben vestita che conta monete da un forziere in cui viene versato continuamente denaro. Dietro di lei, la bottega di un cambiavalute, dalla quale spunta una enorme forbice che taglia a metà un corpo. Tutto intorno creature umane e semi-umane mendicano o contano monete oppure cercano di procurarsene. Anche il tetto dell’edificio sullo sfondo sembra un salvadanaio. Bruegel commenta: “Quis metus aut pudor est umquam properantis avari”, quale paura o vergogna hanno mai gli svelti avidi.

La PIGRIZIA, o ACCIDIA, “segnities robur frangit, longa ocia nervus“. L’indolenza spezza la forza e l’ozio prolungato logora i nervi. C’è chi per mangiare neppure si alza dal letto, chi va a scuola pensando al tavolo dei dadi lì accanto (oggi ci sarebbero un paio di smartphone). C’è persino chi non vuole uscire dall’uovo e si fa trasportare su un carretto come un pulcino gigante. La pigrizia ovviamente è sdraiata su un asino e due lumache strisciano ai suoi piedi. Sullo sfondo la ruota del tempo va a fuoco.

Ecco infine la SUPERBIA, il principe dei vizi, quello di cui si trovò colpevole Dante. Bruegel ci dice che “nemo superbus amat superos, nec amatur ab illis”, cioè nessun uomo superbo ama gli dei, né è amato da loro. Il superbo è dio di se stesso. Questo è probabilmente il nostro peccato “preferito”.

Basta guardare l’incisione per accorgerci che è proprio così. La Superbia è un’elegantissima dama che si rimira nello specchio, mentre un pavone al suo fianco fa la ruota.
È circondata da una corte di adulatori il cui aspetto mostruoso, però, rivela la piaggeria.
Il paesaggio è ricco e opulento, ma ad uno sguardo più attento troviamo una sirena travestita da umana che blandisce un rospo allo specchio, mentre altre creature gli fanno le boccacce di nascosto.
C’è una bottega di barbiere e parrucchiere gestita da demoni. C’è chi batte il proprio asino spinto dallo starnazzare di un’oca e c’è pure chi si contorce per rimirare allo specchio il proprio “lato B”.

E qui direi che non c’è più niente da aggiungere all’immaginazione!

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