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OpenAI

OpenAI. Gioconda, 1972 ©Fototeca Gilardi

il discount delle idee

Forse la letteratura fra qualche tempo dovrà cedere il passo all’intelligenza artificiale, come ci sta ventilando da qualche settimana OpenAI, l’ennesima creatura di Elon Musk.
Sono già parecchi i sostenitori entusiasti di ChatGpt, uno strumento che “dialoga” con noi e costruisce, sistema, ricombina, migliora i testi in pochissimi secondi. O che sa rispondere in maniera complessa a ogni nostro quesito.
Il futuro della comunicazione sembra stabilmente installato nel grembo dell’intelligenza artificiale e non possiamo farci molto. Nei prossimi decenni alcuni se ne avvantaggeranno per ottenere elaborati ben scritti. Altri ne soffriranno perché la creatività notoriamente non è la dote principale di un “sistema informatico”.
Ma è piuttosto chiaro che il futuro vedrà aumentare esponenzialmente le nostre dipendenze. Dipendiamo già oltre misura dagli strumenti digitali, ma la nostra pigrizia è disposta a delegare ancora di più.
Saremmo disposti a far lavorare gli algoritmi per noi, anche se questo comportasse la rinuncia alla nostra umanità. L’apparente efficienza di questi sistemi ci affascina. Siamo come dei bambini davanti a scintillanti vetrine traboccanti di giocattoli.
Certo prima o poi le parole già scritte finiranno.
I lettori si stancheranno di storie rielaborate finemente e in modi diversi, ma già conosciuti.
Non ne potranno più di centinaia di romanzi prevedibili, di milioni di gialli già risolti, di brani musicali che emozionano a comando.
E allora tornerà il tempo del genio, del creatore, dell’imperfetto talentuoso umano che, chissà come, non avrà delegato alle macchine il suo pensiero.
Immagino questi rari creativi della parola, mossi solo dal bisogno di esprimere nuovi concetti, nuove emozioni. Che partoriranno parole che nascono non dalla perfezione, ma dalla mancanza. Dalla fame, dal bisogno, dall’urgenza di dire ciò che non è mai stato detto e scritto.
Perché è vero che ogni artista copia e si ispira ai grandi del passato, ma è altrettanto vero che soltanto la sua singolare interpretazione, la sua originale impronta, lo rende un artista.
E l’arte, si sa, è l’unica cosa destinata a salvarci.

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