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La scomparsa della moneta

La scomparsa della moneta ©Fototeca Gilardi

Il conio dell’Elettro, la prima moneta della storia, è attribuito a Creso, re di Lidia che, nel VI secolo a.C. decise di creare un nuovo mezzo di pagamento universalmente accettabile.

Si trattò di una vera e propria rivoluzione negli scambi commerciali fino ad allora basati sul baratto.

La creazione della moneta aurea aveva il vantaggio di risolvere i tre problemi legati alla cosiddetta “economia naturale”.
Permetteva di effettuare acquisti e vendite anche in assenza o scarsità di un bene di scambio della controparte.
Consentiva di commerciare facilmente i beni deperibili.
Ma soprattutto era in grado di portare a una equiparazione del valore delle diverse merci.

La diffusione dell’utilizzo della moneta poggiò su due pilastri fondanti.
Uno era il suo “valore intrinseco”, cioè il valore materiale legato alla quantità di metallo prezioso impiegato per coniarla.
Il secondo pilastro era invece l’esistenza di una “fiducia” diffusa tra gli utilizzatori delle monete stesse. Fiducia che consisteva nel riconoscimento di una corrispondenza tra il suo valore intrinseco e il valore nominale, cioè quello “stampato” sulla moneta stessa, riconosciutole dal mercato.

Fino a tutto il Medioevo il sistema commerciale restò vincolato a pagamenti effettuati in moneta monometallica (oro, argento, rame).

Tuttavia, a causa della crescente scarsità di metalli preziosi, i vari Stati iniziarono ben presto a coniare monete bimetalliche, svilendo il loro valore intrinseco, pur mantenendo quello nominale.
Sganciare il valore delle monete dall’effettiva quantità di metallo prezioso in esse contenuto, fu il primo piccolo passo verso l’immaterialità del denaro.

Un secondo passo fu quello della creazione, a partire dal XIV secolo, delle banconote.

Nacquero dapprima come documenti di credito emessi dalle banche in favore dei loro “correntisti”. Vincolate ai beni effettivamente posseduti dal cliente, le “note di banco” venivano rilasciate dai banchieri a chi aveva oro depositato presso di loro.

Le note di banco potevano essere tramutate in denaro contante anche presso sedi diverse da quelle in cui era depositato l’oro del cliente.

La scomparsa della moneta

Nel giro di breve tempo queste banconote, che mantenevano un reale rapporto tra il valore nominale e quello intrinseco (l’oro depositato in banca), sostituirono il denaro vero e proprio.

I grandi commercianti preferivano scambiarsi questi documenti cartacei piuttosto che movimentare oro.

Così le banche, non più vincolate dalla necessità di dover coprire costantemente eventuali prelievi materiali, iniziarono a emettere banconote “scoperte”. Cioè documenti di credito sganciati dalle riserve auree del singolo cliente.

L’oro globale depositato in Banca si trasformò quindi nella riserva aurea della Banca stessa, mentre gli scambi commerciali iniziarono a basarsi sull’utilizzo esclusivo della cartamoneta.

Il passaggio a questo sistema monetario, chiamato “sistema Aureo” o “Gold Standard” avvenne nel corso del XVIII secolo, con la nascita di alcune Banche centrali nazionali.

Vincolare l’emissione di banconote, prodotte ormai con alcuni valori fissi, alle reali riserve auree del paese doveva costituire una sicurezza. In questo modo si poteva assicurare sempre una copertura reale del credito concesso.

Tuttavia il sistema del Gold Standard entrò in crisi agli inizi del XX secolo. Soprattutto quando le due Guerre Mondiali provocarono una massiccia necessità di investimenti, non coperti dalle riserve auree dei diversi paesi.

Così nel 1944 le grandi potenze alleate si riunirono a Bretton Woods e diedero vita a un nuovo ordine monetario: il Gold Exchange Standard.

Questo sistema si basava su un’unica riserva aurea reale, quella statunitense, che garantiva la corrispondenza tra il valore nominale del dollaro e il suo valore intrinseco in oro depositato.
Il valore delle altre monete sarebbe dipeso invece da uno schema fisso di “cambio” con il dollaro americano.
È facile intuire come questo abbia dato alla nostra moneta, non più agganciata a una reale ricchezza, una decisa spinta verso il “vuoto”.

Tuttavia nel 1971, gli U.S.A. non furono più in grado di garantire la copertura aurea alla propria moneta e il sistema saltò.

Nell’ultimo secolo la corsa verso una trasformazione della moneta in un concetto completamente immateriale, sia dal punto di vista fisico che di valore, è stata inarrestabile.

Oggi il valore delle monete è stabilito soltanto dal mercato e dalla fiducia che i grandi sistemi finanziari decidono di accordare alle varie economie nazionali.

Con il risultato di aver posto intere popolazioni in balìa di speculatori privati.

Negli ultimi decenni inoltre, anche i mezzi di pagamento sono stati rivoluzionati e, dalle banconote di origine settecentesca, siamo passati all’uso di carte di credito e debito.

Le carte di debito non sono altro, se ci pensiamo, che nuove versioni delle prime “note di banca” medievali. Infatti corrispondono all’intera ricchezza depositata sul nostro conto, ma possiamo usarle ovunque per effettuare pagamenti di ogni tipo.

Chissà se anche queste carte presto si sganceranno dal reale “deposito”?
Chissà se il nostro denaro si trasformerà in un sostituto delle vecchie riserve auree delle banche?

Tuttavia la vera grande rivoluzione monetaria degli ultimi tempi non è certo il pagamento elettronico con carte di credito, ma la nascita delle “criptovalute” nel 2009.

Questa nuova “moneta digitale” totalmente immateriale, non è emessa da Banche Centrali, ma da entità private, il più delle quali sconosciute. Viene prodotta da computer ed è fondata su complessi sistemi crittografici che ne permettono l’utilizzo per le transazioni economiche.

Come la moneta circolante, anche le criptovalute non sono basate su un’economia reale o su riserve di qualche tipo.
Il loro valore fluttua immensamente perché agganciato soltanto all’aleatoria fiducia dei mercati e degli speculatori che decidono di sfruttare questo nuovo mezzo per guadagnare sul denaro stesso.

E l’economia reale in tutto ciò, che fine ha fatto?
L’Economia reale è ormai nelle mani di pochissimi soggetti che hanno spinto il monopolio a virtuosismi inaspettati. Sicuramente la trasformazione della moneta nel senso di una sempre maggiore immaterialità non può che dar loro infiniti e inimmaginabili vantaggi.

E a noi consumatori non resta che abbandonarci alla completa inconsapevolezza dello spendere anche ciò che non abbiamo.

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