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Immersioni storiche

Repertori iconografici per illustrare progetti creativi ©Fototeca Gilardi

Nell’antichità le popolazioni la cui vita dipendeva dal mare hanno imparato a prolungare più a lungo possibile il tempo delle loro immersioni. Per la pesca dei molluschi e dei coralli, per la coltivazione delle perle, ma anche per la semplice esplorazione dei fondali marini, l’uomo ha sentito a lungo l’esigenza di andare oltre la sua normale capacità di apnea.

Eppure le prime tracce storiche di strumenti per trasportare riserve di aria sott’acqua sono legate ad azioni di guerra.

Le cronache raccontano, infatti, che durante l’assedio di Tiro da parte dell’esercito macedone, Alessandro Magno avesse utilizzato dei “sommozzatori” per raggiungere l’imprendibile isola. Si trattava, probabilmente, di soldati particolarmente abili nel nuoto, muniti di boccagli o di sacchi di pelle di capra pieni d’aria.

D’altronde Alessandro Magno non era nuovo a questi “esperimenti”. Si racconta che avesse chiesto aiuto al comandante della sua flotta e al suo maestro Aristotele affinché gli costruissero una campana di vetro ermetica abbastanza grande da contenerlo. Con la prodigiosa invenzione, il grande condottiero si era fatto calare in acqua avvistando, così pare, un mostro marino.

Ed è proprio questa macchina che verrà battezzata con il termine “scafandro”, cioè “uomo-barca”. Termine che nel tempo arriverà ad indicare l’insieme degli indumenti impermeabili di vario tipo, impiegati dai palombari per immergersi a lavorare sott’acqua.

In epoca romana qualche tentativo per realizzare uno strumento per le immersioni subacquee consistette in scafandri in cuoio connessi a un tubo per l’aria. Ma bisognerà arrivare a Leonardo Da Vinci per rivedere progetti in questo senso.

Il primo a realizzare un abbozzo di scafandro nel senso moderno, fu l’abate Jean-Baptiste de La Chapelle, nel 1775. Poi nel secolo successivo diversi inventori apportarono via via miglioramenti sperimentando soluzioni diverse.

Un vestito di cuoio munito di un elmo in rame con due oblò, collegato a una riserva d’aria regolata da un mantice. Una tuta di tela gommata. Uno scafandro metallico a chiusura stagna con bombole, ma collegato alla nave.
E ancora, un elmo con tubi per respirare e comunicare con la superficie. Un autorespiratore automatico portato sulle spalle e azionato con i movimenti della testa. Una riserva di aria portata in vita, con un rubinetto collegato al casco.

Insomma tutte soluzioni che, avvicinandosi sempre di più alla perfezione, ispirarono indimenticabili storie agli scrittori d’avventura del XIX secolo.

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