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Da “questio” a “?”

Manoscritto in scrittura archeogotica XIII secolo.

Quando un sistema comunicativo cambia radicalmente, è logico che anche i “segni” preposti alla comunicazione subiscano drastici mutamenti.

Nel 1455 avvenne questo con la diffusione della stampa e lo stesso è accaduto con il passaggio alla lettura sui device digitali.
Il supporto modifica la fruizione, cambia i suoi tempi, cambia i luoghi in cui leggiamo, ma modifica anche lo stile della scrittura e persino quello della punteggiatura.

Quando Gutenberg inventò i caratteri da stampa, tra le mille rivoluzioni conseguenti ci fu proprio quella dei segni di interpunzione che iniziarono a essere strutturati in modo più preciso.

Negli antichi testi greci e latini, destinati molto spesso alla lettura in pubblico, c’erano sostanzialmente tre tipologie di “punto” (alto, medio, basso) per indicare tre diversi tipi di pausa nel discorso.
Nel corso del Medioevo, invece, la produzione di preziosi testi manoscritti da conservare, modificò drasticamente lo stile e la tecnica della scrittura.

Risale proprio al Medioevo, ad esempio, l’uso della virgola nata come un apice che sovrasta un punto. I due punti smisero così di fungere da virgola e venne introdotto l’uso del minuscolo.

Sempre in epoca medievale vediamo apparire anche le attuali forme del punto esclamativo e interrogativo, derivanti da una progressiva semplificazione di due termini latini che venivano inseriti a fine frase, per suggerire l’intonazione.

Da “questio”, cioè domanda, deriva il segno medievale “qo” per il punto interrogativo. Col tempo la “q” venne scritta sopra alla “o” e poi si stilizzarono nel segno “?” .
Da “io”, cioè evviva in latino, derivò invece il punto esclamativo, passando attraverso un’analoga trasformazione.

Questi cambiamenti risultano sempre funzionali a una semplificazione della lettura e della comprensione dei testi, legate alle nuove tecniche di scrittura.

Perciò, quando il mutato clima culturale suggerisce un diverso uso dei “segni” della comunicazione, non resta che adattarsi. Se però ci travolge un moto di impazienza di fronte all’ennesima semplificazione, consoliamoci sapendo che persino Leopardi reagì male di fronte all’eccesso di punteggiatura “emotiva” dei suoi contemporanei neo-romantici.

Così tuonava, infatti, il poeta nello Zibaldone:

«La scrittura dev’essere scrittura e non algebra; deve rappresentar le parole coi segni convenuti […] Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, […] non sapendo significare le cose con le parole, le vorremmo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi la cui scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee.»

Caro Giacomo, sei stato fortunato senza saperlo: l’epoca dell’emoticon almeno te la sei risparmiata, ma fidati, anche i geroglifici hanno il loro “perché”.

E i cinesi hanno in mano il mondo…

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