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2. Se invece di chiamarle fotografie…

Vedi Michele, se invece di chiamarle fotografie da palloni gonfiati le avessimo chiamate istantanee da quello che sono, e tenuto presente, come ho già scritto, che nel tempo di una scoreggia normale ce ne stanno 35.000, adesso quello che scrivi non sembrerebbe quello che sembra… [26/10/2011]

Scusami io scherzo sempre (giambo e epodo) perché mi sono assegnato la parte del giullarone: la tua rubrica è troppo seria e importante e tu sai che la prendo terribilmente sul serio. E adesso faccio a te e a tutti gli amici una domanda seria: voi pensate che se io fotografo una fotografia diciamo da un posto qualunque, diciamo una vecchia rivista, un manifesto, un volantino… mi pesano subito addosso tutti i doveri, i diritti, i limiti, gli obblighi legali che pesano e hanno pesato sul suo autore? Seconda domanda: la quale è per me un lavoro di sempre. Un fotografo ottiene dall’autore di un quadro famoso importantissimo, o dal suo collezionista, il permesso di fotografarlo. Poi io trovo la riproduzione tipografica della fotografia in un posto dei tanti possibili, e magari non conosco l’autore e meno ancora il collezionista. Semplicemente mi piacere l’immagine stampata di quel gatto fatto a mano, la fotografo e uso addirittura per copertina di un mio libro. Gatti a parte mi è successo una decina di volte. Avrei commesso un reato di plagio? Verso chi: l’autore del quadro? Il collezionista? Il primo fotografo? Il tipografo che ha fotoinciso il gatto e stampato nel libro? L’editore del libro…. e pensa che mi sono guardato bene dal citare il nome, dico uno solo loro cominciando dal pittore del quadro. Ho usato mille volte la Gioconda ma ti sfido a trovarne una dove dico chi è l’autore: non me ne frega! (scusa…) [01/08/2011]

Michele, io non scherzavo affatto quando ho scritto che da molti anni fotografo quasi sempre solo immagini. Anzi! Da qualche anno nemmeno più le fotografo ma le copio in Google Immagini o in quel geniale capolavoro della scelta che sta diventando Wikipedia… Poi sai che ti dico per rompere il muro del suono di quella gigantesca idiozia che è diventata la “proprietà” delle immagini? Che per me lo stesso ragionamento vale anche per i testi: e perchè se una terzina dell’Inferno mi piace tanto non devo firmarla io come autore terminale de copia/incolla? Perchè ti garantisco: può essere necessaria più cultura fantasia libertà e rispetto per l’arte tutta, creare un buon copia e incolla di quanto non fu necessaria all’autore del copiaincollato… [01/08/2011]

La fotografia scattata da una scimmia è davvero importante qualunque cosa rappresenti perché importante è chi l’ha presa, il “fotografo”. Ma questo vale anche per Cartier-Bresson: io tanti anni fa ho regalato a Lanfranco Colombo fotografie false di Cartier-Bresson fatte non sapevo da chi, prese in un mucchio, e lui le ha ammirate moltissimo con frasi come “si sente la mano di un maestro”… Il guaio è che questo vale anche per quadri famosi, i dipinti, gli affreschi esposti in grandi musei e ambienti. Un esempio? L’Ultima Cena; l’affresco a pezzi oggi copre sei o sette rifacimenti di chissà come era quello di Leonardo. Guarda, è ufficiale. [20/12/2009]

Lo scrivo con allegria, rispetto, amicizia… Perché quando scrivo spesso do l’impressione di volere guastare le feste e non è vero. Dunque, che cos’è la Fotografia nel modo migliore e in poche parole lo ha detto Nadar: la fotografia è quella cosa che consente a un idiota di fare cose per le quali prima ci voleva del genio, ma che costringe un genio a fare cose per le quali basterebbe un idiota.
Io farei un passo avanti mettendo scrivere al posto di fare, come succede per me in questo momento. [08/01/2011]

Questa fotografia [il cd. Bambino di Varsavia, dall’album Stroop, ndr.] è più che mai un documento, solo che Paolo Mieli, nella sua beata ignoranza fotografica non lo può apprezzare. È anche un grande capolavoro nella storia del fotoamatorismo. Leggiamola: l’istantanea è il frutto di una non breve ma complicata regia, e scusate se come sempre esagero, ora che ho detto questa parola lo capisce anche un cretino. Il ragazzino messo nel centro emotivo della composizione è stato scelto fuori dal gruppo e anche aggiustato con cura, e quasi certamente, magari solo per istinto, sorrideva, o per le meno aveva una espressione seria. Solo preoccupata, come la bambina sulla sinistra. A chi gli scappa proprio da ridere, anche per ingraziarsi il tedesco, è la donna a sua volta con le braccia alzate come il bambino e pure degli altri, dietro richiesta del fotografo prima de scatto (“Fermi! alzate le braccia”…) non certo di qualche ufficiale. Anche il soldato che punta il fucile sul ragazzino, una necessità e un gesto ovviamente ridicoli, è sotto regia… In breve, l’insieme del gruppo non semplice da “comandare”, è anche un documento curioso proprio perché gli attori, che tali sono sia pure dilettanti, piuttosto volonterosi non ubbidiscono a un militare, a un ufficiale, ma a un fotografo che la mia esperienza mi fanno supporre dilettante…
Poche fotografie come questa nascondono la realtà del ghetto di Varsavia… ‎E proprio perché nasconde la verità si spiega l’enorme diffusione di questa “bella” fotografia… [06/01/2011]

“… Come sa bene Ando Gilardi, i fotografi sono sempre stati collocati, nella scala dell’etica civile, poco sotto gli spogliatori di cadaveri …” Grazie, grazie della citazione, mi fa piacere. Ma per fortuna non è la fotografia che fa i cadaveri, ma sono i cadaveri specie se nudi che fanno la fotografia. Guarda il successo storico delle fotografie delle fosse comuni … Amici e colleghi, su con la vita; fino a quando ci saranno cadaveri e specialmente fosse comuni, per noi c’è un futuro… [07/12/2010]

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