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33. Ai bordi dei libri di storia

Hanno fatto un fotolibro (senza dirmelo prima pensa) Olive e Bulloni con le mie fotografie di fotografo scalzo. Per tre anni ho girato per le fabbriche al nord che chiudevano e i latifondi del sud occupati per un giorno dai contadini senza terra. L’amico Michele alludeva ai test (bicchiere, vino, mosca, te la tolgo col dito: se bevi senza smorfie sei dei nostri: un fotografo miserabile) e va benissimo, è bello ma è il contrario: cioè ero io che facevo il test ai miserabili, ai cafoni, ai senza terra per vedere se valeva la pena di fotografarli. E questo vale anche per i bulloni, gli operai del nord che inutilmente lottavano contro i licenziamenti. Luciana, io dico questa cosa credimi non per orgoglio ma, oggi, per il piacere di scriverla su Fotocrazia che mi piace e informare Michele. Vedi io non ero un Tano, che mi diverte su Manifesto Chic con la tazzina di caffè e la busta, ma un fotografo ebreo zoppo e sbilenco con il bicchiere e la mosca. Sai, ero tornato a indossare la vecchia giacca malridotta che portavo da partigiano e che mia madre aveva arrangiato da un vecchio trench (allora si chiamavano così) da studente. Luciana, Michele lo so che non mi credete: ma vi giuro … su Sara il mio cane adorato: più di una volta (vi giuro, vi giuro!) vestito in tal modo mi sedevo davanti a una chiesa con un berretto di fianco, la testa bassa, la faccia quasi alle mani, e mai degli uomini ma donne anziane mi mettevano una moneta nel berretto… E si, ero un freelance diverso da Tano: come ripeto, ero io che facevo i miei test agli operai e ai cafoni per vedere se meritavano di essere fotografati da me, proprio così!… A proposito miei carissimi amici, a proposito, volete sapere se meritano? No… [07/09/2011]

Michele è una storia vera che forse non ha senso ma forse si. Tanti tanti anni fa dalle parti di Melissa – ero il fotografo scalzo della Cgil – avevo fortografato una manifestazione di senza terra che occupavano un feudo incolto, una pietraia incoltivabile. Sciolta la manifestazione chi l’aveva guidata mi ha invitato a casa sua a bere un bicchiere, era di vino giallo di quelle parti forte e denso. Seduti a un tavolo con il mezzo bicchiere davanti a un tratto nel mio cadde ronzando una mosca, la stanza ne era piena. L’uomo di fronte continuando a parlare e ricordo che mi parlava del figlio che gli sarebbe piaciuto farlo studiare, con un gesto tranquillo e spontaneo mise un dito nel mio bicchiere e pescata la mosca la scrollò per terra: un atto di cortesia per l’ospite. Al quale ho risposto in silenzio, e lui continuava a parlare, con un piccolo atto del brindisi bevendo un sorso del vino… Eh Michele Michele: altro che busta con poche lire, e tazzina con il caffè, e piattino con tovagliolino… E sembra una favola vero? Eppure è una verissima storia del tuo vecchio amico Gilardi che non ha proprio nulla da invidiare, nemmeno a un grande collega come il compagno Tano: che un bicchiere di vino giallo con mosca non vale certo di meno di una tazzina da caffè… [06/09/2011]

Libri parole fotografie, un solo percorso di ricerca che si snoda dal 1970 a oggi. Dalle manifestazioni studentesche alla emancipazione delle donne, alla lotta per la casa, agli scioperi e alle occupazioni dove furono protagonisti donne, operai, disoccupati, studenti, sottoproletari e i loro antagonisti – quante volte loro malgrado – carabinieri, infiltrati, agenti di PS, esattori e funzionari. Tutto quello che non poteva interessare i mezzi di comunicazione di massa è rimasto nelle foto di Tano. È l’altra storia, l’altra faccia. Dalla parte dei senza nome, dei senza voce e senza volto: i produttori e l’esercito industriale di riserva, quelli che fanno la storia e la storia li scarica ai bordi dei suoi libri. Belli, mai miseri e meschini anche quando la miseria li inchioda alle strade e alle case, alla follia e alla violenza. L’urlo, il pugno, il lacrimogeno, la smorfia il sorriso, la dolcezza la rabbia, tutto questo e il resto concorre a ricordare e a restituire all’uomo una parte della sua bellezza. I primi soldi che Tano prese per le sue fotografie gli furono offerti dagli occupanti abusivi di case a Roma, nel mezzo della loro lotta disperata. Glieli portarono in una busta chiusa sotto una tazza di caffè adagiata su un centrino. Non avevano voluto altri fotografi che lui. Perché lui li guardava stupendi com’erano e loro senza quasi conoscerlo gli volevano bene. [06/09/2011]

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