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Vittorio Veneto: luci ed ombre di una vittoria annunciata

album, diario di guerra 1915 - 1918 G. Bartoletti Brigata Perugia- ©Fototeca Gilardi

Centodue anni fa la battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre – 4 novembre 1918) metteva fine alla Prima Guerra mondiale. In moltissime case questa antica vittoria militare lascia ancora tracce: fra i cimeli di famiglia infatti è facile trovare una cornice nera e oro che racchiude l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto con la croce al merito di guerra, assegnata a un nonno o un bisnonno che ebbe la sfortuna di partecipare a questo evento, e la fortuna di sopravvivervi.
Ecco la storia.
Siamo al terzo anno di guerra e sul fronte austriaco gli italiani hanno subito una disfatta sanguinosa: a Caporetto l’attacco austro-tedesco ha sbalzato indietro l’esercito italiano fino al Piave facendolo arretrare di 150 km: un’enormità se consideriamo che ogni scontro su quel fronte, veniva ritenuto vittorioso quando l’avanzata consisteva in soli 5 o 6 km. La corsa dei tedeschi si è però fermata al Piave in quel novembre del 1917, nonostante i soldati e gli ufficiali nemici scherniscano gli italiani in ritirata, minacciando di raggiungere Milano e di catturare il re. Ma Milano non verrà mai raggiunta.
Sul Piave il nostro esercito si ferma, si sente “a casa”, mentre i tedeschi inseguitori sono senza fiato, senza mezzi, senza più forze; la corsa ha fine, i soldati italiani smettono di arretrare e, spinti dalla propaganda che evoca le atroci sofferenze delle famiglie rimaste in territorio nemico, combattono con nuovo accanimento.
Le 11 divisioni alleate (inglesi e francesi) corse in nostro aiuto, sono tecnicamente e strategicamente più capaci e forti, sia grazie alla qualità dei numerosi mezzi, sia grazie all’organizzazione militare; tuttavia molti ufficiali alleati si stupiscono della temerarietà dei soldati italiani che affrontano gli scontri con infinito coraggio, pur poverissimi di risorse.
Il comando italiano viene prontamente cambiato: il vecchio e insensibile Cadorna è sostituito dal più giovane Generale Diaz e inizia a farsi strada l’idea che, se l’unica vera risorsa del nostro esercito è la motivazione, la propaganda militare deve essere affidata a gente capace. Vengono così incaricati di tenere conferenze ai soldati dei veri intellettuali, personaggi del calibro di Soffici, Prezzolini, Salvemini, Calamandrei, ma l’attenzione verso i nostri combattenti (fermi sul Piave a guardarsi in cagnesco con gli austriaci) non si ferma alla propaganda: vengono aumentate le licenze, si inviano maggiori quantità di cibo, si concede un vero riposo a chi ha combattuto sul fronte.
Passano i mesi senza che nulla accada, ma nel giugno del 1918, mentre serpeggia la notizia che la guerra stia per avviarsi alla conclusione, gli austriaci decidono di attaccare, mimando l’azione di sfondamento che i tedeschi stanno mettendo in atto sul fronte francese. L’attacco si risolve in un disastro perché gli italiani contrattaccano con accanimento e il Piave, sotto le abbondanti piogge estive, si gonfia e trascina via più e più volte la “testa di ponte” con cui gli austriaci cercano di traghettare truppe oltre il fiume.
Sul fronte francese è arrivato un milione di soldati americani: i tedeschi non sono più in grado di avanzare, vengono respinti dietro i loro confini e si dichiarano disposti all’armistizio. Mentre l’imperatore austriaco Carlo contatta il presidente U.S.A. Wilson per trattare la pace, il suo impero si sta disgregando: nel giro di pochi giorni, nel corso del mese di ottobre, perde il territorio che diventerà la Cecoslovacchia (che appena costituita gli dichiara guerra), perde la Croazia che tratta per unirsi all’ex nemico serbo e formare la Jugoslavia, perde l’Ungheria che si proclama indipendente (le truppe ungheresi disertano).
Mentre la vittoria alleata si fa sempre più chiara, il governo italiano capisce che il tempo stringe e il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando sollecita Diaz ad avanzare per riprendersi parte dei territori perduti, o almeno mettere sul piatto delle trattative una piccola vittoria, ma Diaz tergiversa, scantona, ammette che l’esercito non è pronto, chiede truppe ai francesi, chiede truppe agli americani, ma nessuno lo asseconda. Costretto dagli eventi e pressato dal Governo, indìce un paio di riunioni per fissare l’attacco il 18 ottobre, ma le piogge decidono ancora per lui: il Piave è in piena e non può essere attraversato. Si rimanda di una settimana.
Il 24 ottobre 1918, anniversario di Caporetto, Diaz ordina suo malgrado l’attacco. Per due giorni si combatte sul serio: gli austriaci riescono a resistere. I giorni successivi gli italiani combattono con le piene del Piave per traghettare le truppe sull’altra sponda, mentre le acque del fiume spazzano via le teste di ponte, ma alla fine ci riescono. Il 29 ottobre la battaglia di Vittorio Veneto è praticamente conclusa: gli austriaci si sono arresi, sono stremati dalla fame, non hanno più motivo di combattere, alcuni soldati appartengono a nuovi Stati indipendenti che non sono neppure più in guerra, ma …
Ma il governo italiano spinge per tirare in lungo, prendersi più territori possibile e, firmata la fine delle ostilità il 3 novembre con un avversario che ha già ceduto su tutte le richieste, continua a fare prigionieri fino al giorno successivo. I giornali iniziano a celebrare con il solito eccesso di retorica Vittorio Veneto: una vittoria eroica contro un imbattibile spregevole nemico e un recupero di territori che ci spettavano di diritto, consegnandoci ancora una volta alla storia come dei cialtroni.
Di questa triste vicenda quel che di reale resta, è il sangue delle migliaia di soldati e civili morti, così come quella meritata medaglia al valore arrivata (con colpevole ritardo negli anni Sessanta) ad anziani reduci ottantenni.

© riproduzione riservata

(fonte web: Festival della Mente 2018)

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