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Senza faro come farò?

Ci sono momenti in cui qualcosa di indefinibile si “addensa” intorno ad un oggetto facendone un cult, una meta desideratissima, senza alcuna ragione apparente ed è ciò che sta accadendo da qualche tempo nei confronti dei fari, nati anticamente per illuminare la rotta i naviganti nei pressi delle coste, all’entrata dei porti o in acque pericolose, sembrano diventati l’oggetto del desiderio di molti.
Ogni tanto sento qualcuno dire “vorrei tanto abitare in un faro!”  oppure “ho sempre amato i fari fin da bambino/a” , i più concreti progettano di ristrutturarne uno in disuso e destinarlo ad un’attività turistica (idea meravigliosa), ma resta il fatto che personalmente non ho mai sentito tanto parlare di fari come negli ultimi mesi.

La storia dei fari è antica come quella della navigazione.
I primi fari, costituiti da falò di legna accatastata in tratti pericolosi della costa per guidare i naviganti notturni, erano alimentati da schiavi che avevano il compito di mantenere le fiamme accese durante tutta la notte.
Quando nacquero i primi porti vennero innalzate al loro ingresso delle strutture rudimentali in legno o ferro con un braciere metallico contenente il combustibile, ma è solo attorno all’anno 300 a.C. che sorsero le due grandi strutture che passarono alla storia come due, delle sette meraviglie del mondo antico: il Colosso di Rodi (una statua enorme, alta circa 32 metri che rappresentava il dio del sole, con un braciere acceso in una mano, collocata sopra l’entrata del porto)  e il Faro di Alessandria d’Egitto, costruito sull’isolotto di Pharos (da cui deriva la parola faro) una costruzione imponente in cui un fuoco luminoso, grazie ad un sistema di specchi ideato da Archimede, aveva una portata di oltre 30 miglia.
Solo i Romani, secoli dopo, edificarono numerose torri adibite a fari lungo le coste dei loro domini, dal Mediterraneo fino al Canale della Manica, ma bisognerà aspettare l’affermazione delle repubbliche marinare, nel XII secolo, per veder sorgere sulle coste dell’Italia nuovi fari di segnalazione.
I più famosi sono la torre di Genova, la torre della secche della Meloria (primo faro costruito in mare aperto nel 1147, distrutto poi nel 1284) e il fanale di Porto Pisano a Livorno (1303) la cui bellezza è cantata anche da Francesco Petrarca. Il progetto originale del Fanale di Livorno è attributo a Giovanni Pisano e l’opera  fu realizzata dalla Repubblica di Pisa presso il piccolo abitato medioevale di Livorno, allora suo possedimento, in sostituzione di quello  della Meloria, distrutto nel 1284 durante l’omonima battaglia ad opera dei Genovesi.
Nei secoli successivi l’utilizzo dei fari si diffuse in tutta Europa e nel resto del mondo, raffinandosi anche dal punto di vista tecnico, tanto da non avere più necessità di una figura come quella del “guardiano del faro” e diventando poi obsoleto con lo sviluppo di radar, sonar e rilevatori.
Tuttavia il fascino delle antiche torri luminose che, nelle tempeste o nella nebbia, potevano dare sicurezza a chi cercava approdo non può essere cancellato tanto facilmente dal nostro immaginario e, forse per questo, mentre cerchiamo tutti una direzione sicura nell’incertezza totale delle nostre vite, un faro che illumini la nostra esistenza è proprio quello che il nostro inconscio desidera di più.

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