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Rosea pesca delle mie brame

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Uno dei miei più vividi ricordi di bambina, associato alle vacanze estive, è quello degli infiniti campi di peschi carichi, che scorrevano velocemente lungo l’autostrada per chilometri e chilometri, suscitandomi un irrazionale desiderio di furto che ancora mi imbarazza.
Mio padre, nato in campagna, ridendo diceva che rubare un frutto non era rubare; lui, che da bambino durante la bella stagione viveva arrampicato sulle piante, infatti doveva ben saperlo! Anche

la stessa geometria dei frutteti mi affascinava, come quella degli immensi vigneti, così perfetta e ipnotizzante dal finestrino dell’auto e l’altezza degli alberi di pesche, che apparivano così piccoli rispetto agli altri, sembravano proprio creati per farci salire una bambina come me.
Quando, tempo dopo, scoprii che nell’antico Egitto la pesca era il frutto sacro ad Arpocrate (cioè Horus fanciullo, figlio di Iside) dio del silenzio e dell’infanzia, lo trovai di una logica schiacciante.
Le prime notizie conosciute della coltivazione delle pesche risale al 2.000 a.C. in Cina, dove il frutto è considerato simbolo di immortalità; pare infatti che, se mangiato in un misterioso “momento giusto” preservi il corpo dalla corruzione, come si deduce dall’iconografia del dio della longevità e della salute Shou Xing, raffigurato come un vecchio calvo e barbuto, con una pesca in mano.

Nel vicino Giappone invece il pesco era considerato un albero magico e una spada modellata nel suo legno veniva utilizzata per gli esorcismi; forse per questo motivo in tutto l’Oriente si credeva che i mobili costruiti con legno di pesco proteggessero la casa e la famiglia dai fantasmi.
Il merito dell’arrivo delle pesche in occidente si deve alle spedizioni di conquista di Alessandro Magno, che le portò in Persia (il nome originario della pianta è infatti “prunus persica”) da cui si diffusero in seguito nel bacino del Mediterraneo.
In Europa l’albero di pesco veniva usato dai guaritori per trasferire in esso le malattie dei vari pazienti, addirittura si credeva che bastasse addormentarsi sotto un pesco, o abbracciarlo, perché la febbre passasse a lui, con il piccolo inconveniente di far cadere tutte le foglie del povero albero. Altre tradizioni dicono addirittura che le foglie tritate, poste sull’ombelico, ammazzino i vermi. In realtà le proprietà vermifughe del pesco sono reali, ma non dipendono dalle foglie: dipendono dal fatto che il nocciolo contiene acido cianidrico un potente veleno, il quale probabilmente passa in piccola parte nel frutto.

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