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Prezioso indaco

La storia dell’indaco per come lo conosciamo oggi, iniziò nel 1883 quando il chimico tedesco Adolf Baeyer scoprì come produrre l’indaco in laboratorio e propose la prima formula corretta, guadagnandosi il premio Nobel per la chimica nel 1905. Il suo lavoro era stato il risultato di forti pressioni da parte dell’industria chimica tedesca che non voleva più dipendere dall’importazione britannica di indaco naturale dall’Asia e in particolare dall’India.
Ci vollero ancora parecchi anni prima che la BASF potesse mettere in commercio l’indaco sintetico, che trovò applicazione soprattutto nella tintura del cotone, dando una decisa spinta alla diffusione di un tessuto blu, resistente e comodo, già conosciuto dal XV secolo come “blu di Genova” ed oggi diffuso con il nome diblue jeans”. Fino ad allora il “blu di Genova”, così come altri tessuti, era infatti tinto con l’indaco naturale che in Europa veniva ricavato da una pianta, il guado (Isatis tinctoria) la cui coltivazione e il cui commercio, durante Medioevo e Rinascimento, avevano fatto la fortuna di città come Urbino e San Sepolcro in Italia, Erfurt in Germania e Tolosa in Francia. La prosperità portata in questi territori dal commercio di guado, detto anche “cuccagna”, era tale da dare origine all’espressione “paese della cuccagna” per alludere ad un luogo pieno di ricchezze. Il termine occitanocucanha” indicava la palla di pasta ottenuta dai fusti e dalle foglie macinati di guado (detto anche “pastello”) da cui si ricavava la materia di base per tingere stoffe regali.
Fino al 1500 gran parte dell’economia europea era collegata al commercio di guado, molti arazzi medioevali come quello di Bayeux o l’arazzo dell’Apocalisse furono realizzati con lana indaco, tinta con questo pigmento. Il padre di Piero della Francesca era un ricco mercante di guado di San Sepolcro e Leonardo da Vinci, nel Codice Atlantico, riporta la ricetta “per fare indaco” e ottenere diverse gradazioni di tinta, ma senza distinguere tra il pastello e l’altro indaco, quello più prezioso, proveniente dall’India, paese che per secoli lo aveva prodotto, tanto da dare il proprio nome al colorante (la parola indaco deriva infatti da “indicum”, cioè “indiano”). Si narra che Marco Polo, durante i suoi viaggi, avesse visto utilizzare questo pigmento nella valle dell’Indo e dunque, da ciò sarebbe derivato il termine con cui è noto il colore e la pianta da cui è estratto: la Indigofera tinctoria , diffusa in Estremo Oriente e in America Centrale; da questa pianta, attraverso lavorazioni abbastanza complesse si poteva ottenere una polvere scura , insolubile in acqua, capace di tingere di blu molte stoffe. La sua resa, era migliore di quella del guado e le sfumature, più varie e persistenti: già gli antichi greci e gli antichi romani lo conoscevano, lo importavano e lo ritenevano merce preziosa.
L’utilizzo di questo indaco naturale in Asia e Africa, risale addirittura al neolitico; in ambito babilonese ci sono testimonianze scritte della procedura di tintura della lana con questo pigmento nel VII secolo a.C. e tessuti indaco sono presenti sia in tombe egizie che in sepolture dell’America Precolombiana. In Asia l’indaco era impiegato sin dal 2000 a.C. e l’economia dell’India si sostenne per centinaia di anni sulla sua esportazione, mentre in Europa l’indaco era sì conosciuto e apprezzato, ma solo come medicinale o cosmetico, non come colorante tessile.
Quando nel XVI secolo Vasco De Gama scoprì una rotta per le Indie, l’Europa iniziò a rifornirsi autonomamente di indaco, mettendo in crisi il fiorente commercio di guado tanto che Francia e Germania, che non disponevano di colonie nelle quali si coltivasse l’Indigofera tinctoria, vietarono ai tintori l’utilizzo dell’indaco asiatico, pena la morte. Nel 1806  Napoleone, dispose il divieto di importazione dell’indaco e la ripresa della coltivazione del guado europeo, scegliendolo come colore delle uniformi del suo esercito. Nonostante questo l’Europa rimase dipendente dall’importazione di indaco dall’Asia fino alla scoperta tedesca dell’indaco sintetico e alla sua commercializzazione nel 1897.
Oggi l’indaco naturale (che ha molte sfumature, impossibili da ottenere da quello sintetico) è utilizzato molto poco, ma possiamo ancora ammirarne la bellezza sugli abiti dei Tuareg del Sahara per i quali vestire in indaco, è sempre stato segno di ricchezza. Gli uomini blu del deserto usano tuttora l’indaco per il suo potente effetto raffreddante e termoisolante, tingendosi con questo pigmento anche la pelle.

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