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Presto, una mutanda!

elaborazione  © Fototeca Gilardi

Ma quanti “scatoloni” abbiamo usato nel corso dei secoli, per censurare le pudenda artistiche?
Ad una prima ricerca sommaria, pare che siano stati parecchi, anche se mai tanto brutti quanto quelli scelti dallo zelante di turno, in occasione della visita in Italia del presidente iraniano Rouhani. Per accennare solo al più recente caso di “vestizione forzata”, basti pensare all’ex presidente del consiglio Berlusconi che nel 2008 fece mettere il reggiseno all’”Allegoria della Verità svelata dal Tempo” di Giambattista Tiepolo, il cui seno faceva da inopportuno (seppur coerente) sfondo alla sua testa durante le conferenze stampa.
Pare che, nonostante la morale cattolica detti tuttora le linee guida di molte decisioni pubbliche in Italia, nei secoli passati, proprio la “tolleranza” della Chiesa abbia permesso agli artisti di esprimersi anche attraverso l’abbondante rappresentazione del corpo nudo. Non per questo si può negare che, il più delle volte, questi nudi fossero sapientemente raffigurati in posizioni tali da non mostrare troppo e opportunamente coperti in modo strategico da piante, drappeggi o altri personaggi raffigurati di schiena, ritenuti presumibilmente meno scandalosi di quelli visti di fronte.
Certo non si possono dimenticare clamorose “censure coprenti” come quelle formulate dal Concilio di Trento che, nel 1564, indussero Papa Pio IV a imbrattare la Cappella Sistina imponendo “le mutande” ai dipinti di Michelangelo, per fortuna già defunto da qualche anno. Ma il grande artista in passato aveva già dovuto subire l’ira del popolo fiorentino che, alla vista del suo “ignudissimo” e gigantesco David in piazza della Signoria, aveva deciso di abbattere la scultura a suon di pietre. Una copia del David di Michelangelo, conservata al Victoria and Albert Museum in Gran Bretagna, ha tuttora una foglia di fico messa a copertura del sesso, su espressa richiesta della Regina Vittoria. Innumerevoli sono gli “Adamo ed Eva” pietosamente ricoperti da tralci di vite durante la Controriforma e ancor di più sono le Veneri mortificate da camicioni o più generosamente graziate con un semplice drappo sul ventre.
Anche al celebre quadro “Giuditta che decapita Oloferne” di Caravaggio, fu imposta all’epoca la copertura del seno, ma l’artista, mostrando la sua tempra e il suo spirito ribelle, provvide ad appiccicarle addosso una camicina così sudata e attillata da provocare l’effetto opposto a quello voluto dal censore.

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