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Piacere e piacersi

le quattro streghe, incisione di Albrecht Durer

Torna il caldo e insieme torna, soprattutto per noi donne, l’annoso problema di adeguarci ai terribili canoni estetici di questi tempi! Canoni pretenziosi e punitivi. È in queste occasioni che aumenta a dismisura il desiderio di avere una macchina del tempo che mi riporti al Rinascimento, quando la bellezza era prosperosa e tornita, quando lo scheletro femminile non era appena velato da pelle tesa e muscoli da culturista, ma morbidamente occultato da curve naturali. Certo, io sono tondetta, pigra e golosa, lo ammetto.
Se avessi un fisico magro e scattante forse sarei felice, oppure opterei per un viaggio nel Medioevo, per vedermi vestita di perle e broccati, ritratta come una sottile Madonna, ieratica e irraggiungibile. Però l’inesorabile plastificazione del corpo femminile mi fa una gran tristezza e mi chiedo spesso che gusti avrei se fossi lasciata libera di averne di miei personali.
Non posso negare che l’armonioso equilibrio delle statue classiche corrisponda effettivamente al “bello” senza tempo, ma contemporaneamente lo trovo freddo, privo di “appeal” … e non perché marmoreo! Non accende i miei sensi proprio perché è perfetto, “universale” e nessun dettaglio attira l’attenzione o rende il soggetto, “unico”.
La bellezza ideale, in ogni tempo e in ogni società ha sottoposto le donne alle sue regole, ma mai come oggi le rende schiave. Non perché richieda particolari sacrifici. L’accanimento depilatorio o le iniezioni di botulino, non sono nulla rispetto ai soffocanti busti ottocenteschi o alle antiche deformazioni del piede cinesi. La schiavitù mentale però è più profonda, perché in questo XXI secolo la velocità e la superficialità ci fanno identificare completamente con il nostro aspetto fisico. Così, mentre in rete si moltiplicano le foto in cui mostriamo dettagli curatissimi del nostro corpo (gli unici mostrabili senza attirarci il pubblico ludibrio!) o millantiamo di avere un corpo mozzafiato celandoci sotto mentite spoglie, perdiamo sempre più il senso profondo della bellezza che deriva dalla varietà, dall’imperfezione e da quell’impalpabile rara qualità che è l’autentica e serena stima di sé.

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