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Pesciolini d’oro

(una foto al giorno leva l’ignoranza di torno) a cura di Lost Dream Editions

Dispiace un po’ doverlo ammettere, perché ti viene da ricordare l’occupazione cui si è dedicato negli ultimi anni di una lunga vita avventurosa – dopo la scampata fucilazione con cui si apre “Cent’anni di solitudine”, probabilmente, a giudizio di chi scrive, il più bel romanzo che sia stato scritto – Aureliano Buendia: realizzare dei pesciolini d’oro, fonderli, realizzarne dei nuovi e così via. Questo racconto, fra i mille del romanzo di Gabriel García Márquez, emblematico dell’inutilità del nostro vivere, mi è tornato in mente quando, spigolando in internet, ho trovato la corretta lezione della storia dell’immagine dell’imperatore sulla moneta: se traduciamo, come è scritto nel testo greco, «restituite a Cesare» invece che «date a Cesare», non siamo più in presenza della dichiarazione “divina” della divisione dei poteri, quello temporale e quello spirituale, come è stato per secoli inteso il passo evangelico, ma dell’ordine di non avere niente a che fare con il dominatore romano e di occuparsi solo del Dio di Israele: in una terra dove vigeva uno stretto aniconismo, vietare di maneggiare le monete degli invasori suonava come rifiuto dei romani e dell’immagine che con maggiore frequenza cadeva sotto gli occhi degli ebrei.
Ho passato una vita a sostituire quanto mi è stato insegnato da sbiaditi maestri con nuove informazioni: la differenza, importante, con l’assurdo operare del colonnello Buendia è che lui i pesciolini li rifaceva ogni volta perfettamente identici.
Da quarantamila anni, anche gli uomini ripropongono, con tecniche diverse, le declinazioni delle stesse immagini. L’unica icona davvero nuova, non tanto per i soggetti quanto per la tecnica, è quella fotografica, che non è un’immagine realizzata dall’uomo ma prelevata dalla realtà con un apparecchio. Ed è quell’apparecchio che, potenziato dalle lenti – che Baruch de Espinoza lucidava per guadagnarsi di che vivere e probabilmente pregiudicando la sua salute – ha prodotto i nuovi soggetti della storia delle immagini conservando le sembianze di quanto è troppo lontano e troppo vicino, invisibile al nostro naturale “apparecchio fotografico”, cui Ando Gilardi ha dedicato il suo interesse e alcuni post nella sua bacheca in Facebook quando i suoi occhi, dopo avere guardato e studiato milioni di immagini, si erano offuscati per la cataratta.
Nell’immagine:
La galassia a spirale NGC 4594 vista di taglio.
( da “Le scienze”, giugno 1979 )

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