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Per eccellenza

Quando in un discorso si allude all’Avvocato,  al Cavaliere o al Duce, tutti sappiamo di chi si sta parlando: persone reali, con nome e cognome, che sono così famose (o famigerate) da assurgere a simbolo della categoria alla quale appartengono.
Nella nostra lingua c’è da sbizzarrirsi nel cercare soggetti, personaggi, luoghi, oggetti che rappresentano qualcosa “per antonomàsia”: abbiamo “il poverello” per eccellenza, cioè San Francesco, “i Mille” (i volontari al seguito di Garibaldi), “i Verdi” (movimento-partito ecologista), “il Poeta” (Dante Aligheri), “la tigre della Malesia” (l’eroico personaggio inventato da Salgari), “il Colle”, cioè il Quirinale, il più alto dei sette colli di Roma e sede della Presidenza della Repubblica.
Ma l’antonomàsia, che letteralmente significa “sostituzione del nome”, funziona anche al contrario, facendo assurgere un nome proprio a simbolo di un gruppo e sostituendolo ad esso nell’eloquio comune, come accade ad esempio quando si indica una guida turistica col nome di “cicerone”. L’espressione “fare da cicerone” si ispira alla personalità e alle opere di Marco Tullio Cicerone celebre per la sua straordinaria oratoria ed eloquenza, il quale, in alcune celebri opere, descrisse con grande perizia il suo viaggio in Grecia e Asia Minore, in cui ebbe modo di visitare Atene, Rodi e molti altri luoghi di importanza centrale per la cultura del tempo.

Perchè qualcuno ha definito la festa del primo maggio “una Caporetto”?
Anche questa è un’antonomàsia che si riferisce alla più grande disfatta italiana di tutti i tempi: durante la prima guerra mondiale, tra il 24 ottobre e il 12 novembre 1917, ebbe luogo sull’Isonzo il più estenuante e feroce scontro tra esercito austro-ungarico (appoggiato da reparti d’élite tedeschi) ed esercito italiano, duramente provato da undici  precedenti  battaglie sull’Isonzo. Le truppe italiane a Caporetto non ressero all’urto e dovettero ritirarsi fino al fiume Piave. I civili della zona dovettero fuggire con poche suppellettili e i soldati, a decine di migliaia, furono uccisi o fatti prigionieri. La sconfitta portò alla destituzione del generale Cadorna, che aveva imputato l’esito infausto della battaglia alla viltà dei suoi soldati.

Ma le definizioni “per eccellenza” più divertenti e simpatiche sono quelle che ci arrivano dai personaggi storici e letterari. Pensiamo ad esempio al nostro amico “narciso” (tutti ne abbiamo almeno uno) che si aggiusta i capelli anche negli specchietti delle auto parcheggiate, in modo non molto diverso dall’originario Narciso, personaggio mitologico che cadde nell’acqua per poter raggiungere il riflesso di sé, di cui era innamorato.
Oppure pensiamo a nostro figlio che fa il “bastian contrario”: la definizione allude ad un certo conte di San Sebastiano che nel 1747, durante la battaglia dell’Assietta, disubbidì (lui solo!) all’ordine perentorio di ripiegare sulla seconda linea.
Certamente è inequivocabile dare a qualcuno del “giuda”, del “marcantonio”, del “casanova” o del “donchisciotte”, meno immediato invece è accusare una voce che avverte di pericoli imminenti, di essere una “cassandra”: figlia di Priamo e sacerdotessa di Apollo, Cassandra aveva il dono di prevedere il futuro e nell’Iliade si racconta che avvertì disperatamente il re dell’inganno racchiuso nel cavallo di legno donato dagli Achei, ma fu ignorata.
Per questo si attribuisce l’appellativo di “cassandra” alle persone che, pur annunciando eventi sfavorevoli giustamente previsti, non vengono credute.

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