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Non schiavi, ma servi della gleba

È ingiusto che le nuove forme di lavoro vengano liquidate superficialmente come schiavitù. La vera condizione dei nuovi lavoratori autonomi e dipendenti, non solo giovani, ma di tutte le età, è quella ben più dignitosa dei “servi della gleba”.
Come recita Wikipedia: “I servizi a cui i servi della gleba erano obbligati, a differenza della schiavitù, non avevano un carattere generico, ma erano precisamente definiti. Una specie di contratto a progetto ante-litteram?
Inoltre “i servi della gleba, diversamente dagli schiavi, non venivano considerati “cose” ma persone, avevano il diritto alla proprietà privata, sebbene limitata ai beni mobili.”
Effettivamente, visto che le banche non concedono più mutui a chi non ha un posto fisso e a chi non dà garanzie di avere le spalle già coperte, i beni immobili non sono più accessibili neanche per i servi della gleba moderni.
Come vedete inquietanti parallelismi ci riportano, per altre strade e con un’impressione di libertà in più, a vivere in condizioni che sui libri di storia ci hanno insegnato giustamente a temere.
Ma le similitudini sono ancora tante.
I servi della gleba non erano privi di diritti, infatti potevano sposarsi e avere figli ai quali lasciare un’eredità , anche se l’eredità consisteva a volte solo nel rimanere nella stessa condizione paterna, poiché “i servi della gleba erano tali per nascita, e non potevano (lecitamente) sottrarsi a tale condizione senza il consenso del padrone del terreno.” Certo oggi la legge non certifica e non blocca uno status socio-economico, tuttavia nei fatti la mobilità sociale non esiste più: chi ha il padre avvocato fa l’avvocato, chi ha il padre artista fa l’artista, chi ha il padre commerciante o artigiano fa il commerciante o l’artigiano, chi ha il padre operaio fa l’operaio e chi ha il padre disoccupato
“I servi della gleba coltivavano i terreni che appartenevano ai proprietari terrieri, pagando un fitto. Inoltre dovevano pagare le decime (qualora il proprietario facesse parte del clero o fosse un ente ecclesiastico) ed erano obbligati a determinate prestazioni di lavoro (corvées).” Qui lascerei a ciascuno la libertà di trovare le similitudini che preferisce!
Tuttavia è importante ricordare che “il feudatario non aveva diritto sulla vita del servo della gleba” (eh accidenti, non era mica uno schiavo!) “che però poteva essere venduto insieme alla terra”.
Ah, ma allora … come non pensare alle frequenti vendite di aziende con annesso pacchetto di dipendenti? Oppure al semplice fatto che le competenze di un lavoratore vengono vendute o affittate, senza nessun riconoscimento verso la persona, un mese ad uno e un mese ad un altro datore di lavoro?
Ma quello che segue, forse ci dovrebbe far riflettere più che mai.
Su quel terreno, il servo della gleba aveva il diritto-dovere di restare. I nostri antenati, mezzadri e servi, non potevano lasciare la terra a cui “appartenevano”, ma dal loro miserabile posto di lavoro, non potevano essere cacciati per nessun motivo: per loro, un rudimentale “articolo 18” restò valido, nonostante  tutto.
Una curiosità: il 3 giugno 1257 Bologna liberò, uno dei primi territori in Europa, quasi 6000 servi sottomessi a laici ed ecclesiastici. In occasione di quell’evento, la città aggiunse al suo stemma la parola Libertas.

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2 commenti su “Non schiavi, ma servi della gleba”

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