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L’Unione Europea tra crisi e campionato

In attesa che il Regno Unito prenda la ferale decisione di uscire da quell’Europa che da sempre lo vede diffidente verso l’utilità dell’Unione, gran parte dei cittadini del continente europeo combattono metaforiche guerre intestine attraverso le loro squadre di calcio impegnate nel campionato. Per alcuni di noi è assai arduo immaginare l’origine dell’animosità legata al tifo calcistico, tuttavia è piuttosto facile arrivare a capire quanto le rivalità sportive in questo momento storico, possano essere acuite da questa atmosfera di diffidenza reciproca tra gli Stati.
La crisi economica, dopo alcuni decenni di felice circolazione libera di persone e merci, e di armonia monetaria, vedenoi europei in fase di separazione, di concorrenza o di sudditanza, nonostante i principi fondanti dell’Unione richiedano espressamente parità e collaborazione. La crisi migratoria ci ha posti di fronte alle profonde contraddizioni delle differenti legislature interne, e le conseguenze delle diverse posizioni geografiche, più o meno esposte al fenomeno dell’approdo di profughi, ora sono sotto gli occhi di tutti, alimentando il rancore tra coloro che possono/vogliono sottrarsi alle responsabilità internazionali e quelli che non possono o decidono in coscienza di non farlo.

In questa situazione di tensione politica interna, gravata dall’incertezza del Brexit (Britain exit) ci piace immaginare gli stadi come una succursale del Parlamento europeo, dove noi italiani assumiamo maggior credito che a Bruxelles, e dove quei muri che via via si alzano nuovamente tra i confini, durano lo spazio di una partita.
Questi europei di calcio 2016 si concluderanno in territorio francese, in quella Francia (già in finale come paese ospitante) che è stata recente bersaglio di attentati di estremisti islamici, in quanto simbolo del cuore dell’Europa. Da parte sua la Germania, vincitrice dello scorso campionato 2010, è anch’essa già di diritto in finale. Così , come sul piano politico le fila delle decisioni dell’Unione sono saldamente nelle mani di Francia e Germania, anche in ambito sportivo gli equilibri appaiono gli stessi. D’altronde bisogna pur ricordare che uno dei primi celebri letterati a parlare di Europa unita fu proprio il francese Victor Hugo e la prima unione doganale fu attuata da Napoleone, imperatore dei francesi. Il nostro pur appassionato e costante contributo all’Unione, sembra ormai sepolto sotto le macerie del crescente debito pubblico o perso attraverso quel colpevole colabrodo che sono, agli occhi degli altri europei, i nostri confini marittimi.
L’animosità degli inglesi verso gli italiani, dei rumeni verso i tedeschi, dei turchi verso gli austriaci, degli slovacchi verso i belgi in queste settimane di campionato viene così incanalata nell’alveo della rivalità sportiva; negli stadi e davanti agli schermi di tutta Europa gli antichi rancori trovano uno sfogo catartico nella partita di calcio che, per quanto accesa, è sempre regolata da codici sportivi e sorvegliata da arbitri super partes, le cui decisioni posso essere contestate, ma vengono accettate da tutti.
Questa Europa sull’orlo dello smembramento, con troppe teste, poca solidarietà e nessun progetto politico sta giocando forse le sue ultime partite internazionali come corpo unico, ma il rischio che imploda non è mai stato così serio come ora. Mi duole ammetterlo, ma per la prima volta inizio a ventilare l’idea dello stadio come luogo risolutore dei conflitti politici interni, ingenua soluzione per mantenere in vita questa Unione di 28 paesi che, cresciuta per secoli e secoli su sanguinose guerre interne, ha avuto solo 24 anni per imparare ad agire come un solo grande Stato, premiato troppo prematuramente con un Nobel per la Pace.

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