Vai al contenuto
Home » Blog » L’ombra di Oliver Twist

L’ombra di Oliver Twist

Fa una certa impressione che la lotta per i diritti dei lavoratori sia ancora vissuta come un ostacolo allo sviluppo economico, in un momento storico in cui il capitalismo vive una crisi profonda e in cui la globalizzazione ha fatto emergere situazioni di sfruttamento che ci riportano agli scenari raccontati da Dickens.
Ancora più impressionante è rendersi conto che proprio in queste settimane, 150 anni fa (nell’autunno del 1864) nasceva la Prima Internazionale dei lavoratori.
La rivoluzione industriale era appena iniziata. L’Europa era costellata di Trade Unions, corporazioni, società di mutuo soccorso e Camere del lavoro nazionali che tentavano, attraverso scioperi e manifestazioni, di combattere lo sfruttamento e di migliorare le condizioni di grandi masse di contadini e di operai affluiti nelle città e privi di ogni sicurezza.
La repressione da parte dei Governi veniva già coordinata attraverso alleanze tra gli Stati, così i primi sindacati europei considerarono necessario un organismo che coordinasse anche la loro lotta, fu così che nacque la Prima Internazionale dei Lavoratori. Gli obiettivi da conseguire erano soprattutto pratici, come la limitazione della giornata lavorativa ad otto ore, ma anche politici, in primis la lotta al capitalismo.
L’organizzazione inizialmente adottò il programma elaborato da Karl Marx che indicava, tra le altre cose, la “necessaria” conquista del potere politico da parte del proletariato, senza mettere in discussione il sistema capitalistico. L’internazionale ebbe un immediato successo e si diffuse in vari paesi europei con la nascita di vari partiti dei lavoratori. Al congresso di Losanna (1867), entrò a farne parte l’anarchico Bakunin, convinto sostenitore dell’abolizione degli eserciti permanenti e fautore del controllo dei mezzi di produzione. Tuttavia l’Internazionale venne presto lacerata da scissioni e contrasti tra le varie correnti politiche (marxisti, anarchici, proudhoniani, mazziniani, blanquisti, ecc)  e si sciolse nel 1879.
In queste settimane i quotidiani riportano a caratteri cubitali le parole del nostro presidente del consiglio che  tuona contro i sindacati, li accusa di voler “spaccare il paese” e dichiara di volerli “mettere all’angolo”.
Anche il sentimento popolare non è dei migliori: alcuni accusano i sindacati di aver impedito un’auspicabile progressiva “flessibilizzazione” del lavoro, altri di non aver lottato abbastanza contro una progressiva “schiavizzazione”. Vengono considerati i veri responsabili dell’attuale crisi, obsoleti, non aggiornati, abituati a difendere solo alcune categorie e totalmente incapaci di rappresentare le orde di precari e irregolari che sono i veri “sfruttati” di oggi.
Ma non possiamo dimenticare che, in Italia, a sostenere i diritti dei lavoratori sono stati, in passato, personaggi come Giuseppe Di Vittorio, un bracciante meridionale che, studiando da autodidatta, divenne persino deputato, fu antifascista, esule; da comunista criticò aspramente lo stalinismo e l’invasione dell’Ungheria definendo l’Armata rossa “una banda di assassini” e, da segretario della CGIL, rivendicò sempre l’autonomia del sindacato dai partiti.
Certo, non tutte le accuse che oggi si muovono ai sindacati sono da respingere, ma non si può dimenticare che i diritti basilari acquisiti non potevano certo arrivare solo da concessioni  spontanee da parte di illuminati imprenditori come Olivetti e Pirelli.
La storia del movimento operaio poggia sulle spalle di uomini e donne, coraggiosi ed eroici, senza i quali forse vivremmo ancora in baracche ai margini delle città o chiusi a chiave nelle fabbriche, come ancora accade in Asia o nel nostro meridione.
© riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.