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La vita estrema dell’anacoreta

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Personalmente non ho mai avuto la vocazione da eremita: la mancanza di scambio dialettico , mi getterebbe in pochi giorni nella più cupa costernazione. Eppure il fenomeno o il sogno di una vita eremitica, magari non più di stampo religioso, attrae ancora oggi molte persone. Sul web si trovano ragazzi che chiedono se “è legale” fare l’eremita, altri che si informano su come si possa attuare praticamente questa scelta; addirittura esiste un’inserzione (se siete interessati affrettatevi, perché scade il 15 marzo prossimo) “Cercasi eremita” per presidiare per 8 mesi all’anno un’antica grotta, priva di acqua corrente ed elettricità, a 1400 metri di altitudine sulle Alpi austriache, sede di un eremo antichissimo. Al candidato ovviamente non viene offerto altro compenso che “molto tempo per la preghiera e per l’introspezione” e una vista mozzafiato, tuttavia qualche contatto umano è previsto nei mesi estivi grazie all’affluenza turistica.
Sembra che in Italia ci sia qualche centinaio di eremiti, persone spesso colte, di mezza età e quasi tutte provenienti da ambienti urbani, che rifiutano i ritmi e i miti della società contemporanea, per ritirarsi dal mondo a condurre una vita che riduce al minimo i bisogni e gli scambi.
In Italia la pratica dell’eremitaggio in passato è stata essenzialmente religiosa e spesso praticata in comunità, come nel caso dei monaci camaldolesi o dei certosini che nel Medioevo costellarono il paese di monasteri sovente inaccessibili, dove i religiosi passavano la maggior parte del tempo in solitudine, ritrovandosi occasionalmente per momenti di preghiera comune o per i pasti.
Inizialmente però la figura dell’eremita nasce come solitaria, per decisione di un singolo individuo di ritirarsi dal mondo così da dedicarsi alla preghiera e alla mortificazione della carne, senza le interferenze dei propri simili. Gli eremiti vivevano spesso in grotte naturali o in povere abitazioni nei boschi o nel deserto, ma la gente li cercava per ricevere consigli, cosicché spesso si trovavano circondati da fedeli e discepoli.
È solo dall’XI secolo però che la vita dell’eremita venne riconosciuta dalla Chiesa come percorso “legittimo”. Tra i Papi uno dei maggiori promotori di questo tipo di vocazione fu Celestino V che fece costruire lungo gli Appennini centrali numerosi eremi dell’ordine celestiniano, da lui fondato.
Il primo eremita cristiano che ricordi la storia è Paolo di Tebe, un religioso egiziano del III secolo che, fuggito nel deserto in seguito alle persecuzioni, visse per decenni isolato e in preghiera mangiando datteri e vestendo foglie di palma intrecciate, finché un corvo non si premurò di sfamarlo quotidianamente con mezzo pane. Il suo discepolo, “Antonio il Grande“, diffuse la pratica dell’eremitaggio nel deserto dell’Alto Egitto e da qui la pratica si diffuse in Medio Oriente ad opera dei cosiddetti “Padri del Deserto”: Sant’Ilarione, San Gregorio Nazianzieno e san Basilio.
Nei miei ricordi di liceale ho invece ancora impresse le immagini e le descrizioni degli “stiliti”, una specie particolare di asceti che si ritiravano dal mondo andando a vivere in cima ad una colonna (in greco “stilos”). Nella fantasia blasfema, mia e dei miei compagni, lo stilita era diventato un ottimo spunto per stupide storielle umoristiche, ma di fronte all’assurda difficoltà di una scelta così estrema, purtroppo le menti fragili degli studenti vacillano.
Questi religiosi dai nervi d’acciaio e dalla profonda spiritualità tempravano, attraverso il fisico, anche l’anima. Il più celebre di loro fu Simeone di Siria, o Simeone lo Stilita (V secolo), che visse per ben 37 anni in cima alla sua colonna alta 4 metri,  periodicamente alzata fino a raggiungere i quindici metri.
Si dice che la piattaforma su cui viveva Simeone fosse piccolissima, solo quattro metri quadrati: in questo spazio angusto, l’anacoreta si faceva arrivare il minimo indispensabile per vivere attraverso un sistema di carrucole, pregava, e riceveva i fedeli che accorrevano per chiedergli delle grazie. Scese pochissime volte, solo per evitare che la sua resistenza sfociasse in un peccato mortale come l’orgoglio, ma alla sua morte altri stiliti diffusero questa pratica ascetica estrema, che neppure oggi è del tutto scomparsa. Esiste infatti ancora un anacoreta di religione ortodossa, Padre Massimo Qavtaradze, che da più di 20 anni vive in cima ad un pinnacolo naturale alto circa 40 metri, in Georgia; lo spazio su cui può muoversi è di 150 metri quadrati e scende due volte alla settimana per partecipare alle funzioni religiose della comunità, ma ogni volta deve affrontare 20 minuti di discesa (e risalita) lungo una pericolosissima scala di ferro. Ma solo lì afferma di poter “sentire” Dio.

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