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La scintilla luciferina

Questa settimana la notizia della strage al giornale satirico parigino “Charlie Hebdo” ci ha colpito come un pugno nello stomaco. Unica “colpa” delle vittime quella di aver indotto al riso i francesi, con le loro caricature dissacranti, senza pensare di imbattersi in questa atroce forma di censura, proprio nel paese che ha “inventato” la libertà di stampa. Non ho potuto fare a meno di ricordare, in quel momento, la scena finale di un celebre romanzo di   Umberto Eco, “Il nome della Rosa”, non per il contesto ovviamente, ma per il movente degli omicidi. Guglielmo da Baskerville scopre che l’assassino seriale di tanti monaci è il venerabile Jorge:  avvelenando le pagine di un raro e “proibito” volume, l’anziano monaco cieco condannava a morte a tutti coloro che, caduti in tentazione, leggevano il libro. Ma il manoscritto avvelenato, quale pernicioso testo poteva recare su di se’ per indurre un fanatico religioso ad assassinare tanti compagni?
Si trattava niente meno che dell’ultima copia esistente del secondo libro della Poetica di Aristotele, che trattava, non di sesso, non di guerra, non di omicidi, ma  … della commedia e del riso.

Nel dialogo finale con il venerabile Jorge, frate Guglielmo chiede: “Ci sono tanti altri libri che parlano della commedia, tanti altri ancora che contengono l’elogio del riso. Perché questo ti incuteva tanto spavento?” e la risposta del vecchio monaco è da brivido, per la sua attualità:
Perché era del Filosofo. Ogni libro di quell’uomo ha distrutto una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli. […] Il riso è debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo del contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni … così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. […] … Ma qui, qui … qui si ribalta la funzione del riso, la si eleva ad arte, le si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia […] Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. […] Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura”.

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