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L’evoluzione del welfare

cartolina commemorativa  Società Operaia di Mutuo Soccorso in Porto San Giorgio, 1906 -elaborazione ©FototecaGilardi

In origine c’erano le frumentalia, la prima forma di welfare conosciuta nel mondo antico.
Queste leggi popolari romane stabilivano l’importazione di grano siciliano o egiziano a Roma e la sua vendita a prezzo calmierato, affinché anche i poveri avessero accesso a un po’ di cibo.
Che fossero frutto di politiche demagogiche o di una reale preoccupazione per le fasce povere della popolazione, le frumentalia rappresentarono l’unica speranza di sopravvivenza per molti cittadini.
Provvedere al rifornimento di cibo per i miserabili fu già un passo avanti, ma la storia dello stato sociale propriamente detto (assistenza sanitaria, economica, scolastica) è molto recente.
In epoca medievale e rinascimentale, nei periodi di maggiore aumento demografico (costante causa di crisi economica) alcune leggi specifiche regolamentavano l’afflusso di derrate alimentari negli affollati centri urbani in cui si concentravano molte persone indigenti, mentre l’assistenza ai poveri di ogni luogo, dal punto di vista sanitario ed economico, era delegata agli ordini religiosi e alle confraternite, ma lasciava una larghissima fascia della popolazione in condizioni inumane.
Per veder apparire in Europa un welfare vero e proprio bisognerà attendere la Rivoluzione industriale, con una prima fase di abbandono delle campagne, la migrazione delle masse nei centri urbani e la nascita del capitalismo che provocò una concentrazione sempre più massiccia delle risorse economiche nelle mani di pochi.
In questa prima fase, due tipologie di “assistenza” videro la luce: una per iniziativa degli stessi operai che fondarono le camere del lavoro con un “fondo cassa” in grado di provvedere in modo solidale ai colleghi in particolare difficoltà, e l’altra per iniziativa di alcuni Stati (Germania e Gran Bretagna in primis) che emanarono leggi volte alla creazione di un embrione di previdenza sociale, fondata però ancora su assicurazioni individuali e private (per malattia, infortuni sul lavoro, pensione) a carico dei lavoratori e, parzialmente, dei datori di lavoro. Ovviamente, oltre agli operai impossibilitati a versare parte del salario per un’assicurazione, erano esclusi anche tutti coloro che non esercitavano un lavoro dipendente o che non avevano un’occupazione. L’istruzione pubblica invece seguirà un altro percorso e, almeno per quel che riguarda la scuola primaria, raggiungerà per prima i bambini di ogni classe sociale.
L’assistenza minima pubblica nascerà invece con il secondo dopoguerra quando negli ordinamenti europei iniziarono ad apparire i concetti di “sanità pubblica” e “pensione sociale” destinate a tutti i cittadini, a prescindere dalla loro condizione lavorativa e dal loro reddito. Finanziato da un sistema fiscale progressivo in cui chi guadagnava di più versava più tasse, lo stato sociale post bellico è riuscito per più di 50 anni a rappresentare quello strumento di equa redistribuzione della ricchezza che può evitare l’implosione di intere società.
Ora, complice una crisi mondiale partita negli anni Novanta e tuttora in corso, il Welfare sta subendo duri colpi: da una parte diminuiscono progressivamente salari e salariati, di conseguenza le tasse versate sono sempre meno; dall’altra la spesa pubblica aumenta perché aumenta il numero di persone e famiglie senza prospettive. La prima risposta al problema negli anni Novanta fu quella di spingere verso una privatizzazione di assicurazioni e pensioni, snaturando però lo scopo del welfare, cioè quello di provvedere ai più deboli e alle persone senza reddito; la seconda – diffusasi di recente – tiene conto del nuovo scenario economico (disoccupazione endemica, lavoro precario, salari da fame, privatizzazione delle risorse comuni) proponendo la gratuità dei servizi basilari (sanità, istruzione, trasporti, casa) e, possibilmente, un salario minimo garantito per tutti.
Ovviamente questo modello, conosciuto come Commonfare (“welfare del benessere comune”) per funzionare, dovrà basarsi su entrate ancora da chiarire e su un nuovo modello fiscale, tuttavia varrebbe la pena di lavorarci su, perché tutto sembra andare in una direzione in cui lo Stato sociale non potrà più essere agganciato al lavoro e alla produttività materiale, cioè ad un modello economico ottocentesco, in un epoca che ci vede alle prese con eventi imprevedibili come la pandemia in corso. E probabilmente dovrà essere regolato a livello internazionale.

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