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Il ritorno dell’orale

17_36_19_luglio_17_BLG_©FototecaGilardi

La comunicazione scritta, dopo pochi secoli di gloria, sta tornando piano piano nell’oscurità in cui è stata per millenni, quando la gente non sapeva leggere e i cantastorie girovaghi erano i depositari del sapere popolare, i veri diffusori di notizie. Fra pochi decenni forse osserveremo solo qualche vecchietto utilizzare la tastiera per comunicare, resistente alla seduzione dei messaggi “polimorfi” in cui voce e immagini prevalgono; i libri scolastici saranno soppiantati interamente dal relativo film o documentario e l’informazione, già molto vicina a quella romanzata degli antichi bardi e trovatori, diverrà sempre più intrattenimento. Spaziando con la fantasia immagino anche il racconto in musica di efferati delitti, come accadeva un tempo, per attirare un’attenzione ormai distrutta dai troppi stimoli, e gli odierni rapper trasformati in antichi aedi che si accompagnano battendo il ritmo col bastone da viaggio.
Forse è il naturale susseguirsi dei cicli e certo la mia fantasia è sintonizzata sul passato, ma questo ritorno all’oralità, all’estremo grado di “non materialità” dei supporti culturali, credo possa lentamente modificare sia il bisogno di verità che quello di riproducibilità fedele di un fatto.
I cantori dei racconti epici grazie alla loro formidabile memoria, riuscirono a far arrivare fino a noi i miti, le imprese eroiche, le invenzioni e scoperte che avevano cambiato la storia; essi si muovevano abilmente su un canovaccio costituito da topoi (luoghi narrativi) e figure retoriche sulle quali costruivano la narrazione, improvvisando i versi di volta in volta, con una solida padronanza della struttura poetica e accompagnati da uno strumento musicale: una lira, un flauto, un’arpa o, più di recente, una chitarra.
L’antico aédo greco era rappresentato come un cieco ispirato dalle Muse e, come tutti i ciechi, era ritenuto capace di vedere l’invisibile, un profeta. Omero (il cui nome significa proprio “colui che non vede”) potrebbe così non essere un personaggio reale, ma più probabilmente una figura rappresentativa delle categoria dei cantori epici, magari nata su quella di un reale abilissimo poeta. La cecità accompagna la storia delle tradizioni orali, dal momento che la carriera di narratore era una delle professioni più adatte al caso: fino ai primi decenni del Novecento a Palermo erano ancora in attività i cosiddetti “Orbi”, una confraternita di cantori nata nel XVI secolo per evangelizzare il popolo e far conoscere le vite dei Santi, insegnare canti e preghiere, diffondere le Virtù e sradicare i Vizi. Gli “Orbi” cantavano in dialetto, per catechizzare la gente comune che era più facilmente suggestionata da immagini e musica, che da prediche in incomprensibile latino, ma non si deve pensare che i testi da essi diffusi non avessero rilievo letterario. Lo stesso discorso si potrebbe fare per gli antichi bardi celtici, che costituivano con i druidi la casta sacerdotale, custodi delle memorie e delle tradizioni del popolo, latori di notizie lontane, assai rispettati per diversi secoli e, infine, entrati al servizio dei nobili prima come consiglieri (non dimentichiamo il ruolo profetico di queste figure i cui sogni erano tenuti in gran conto per decidere le sorti di una guerra), poi come semplici intrattenitori, alla stregua dei nostri menestrelli. Sulla tradizione dei nostri cantastorie molto si potrebbe dire e molto materiale è stato raccolto e custodito da artisti e studiosi negli ultimi decenni, prima che questa professione scomparisse. Nati come trovatori, testimoni di una cultura alta, divennero via via custodi del folklore popolare che tramandarono per secoli girando il mondo con la loro chitarra e l’immancabile cartellone su cui erano raffigurate le scene principali della vicenda raccontata. Gli anni Cinquanta videro la progressiva scomparsa di questa professione (che si finanziava con offerte dirette del pubblico o con la vendita di fogli stampati con la vicenda di cronaca raccontata in musica), e solo grazie a qualche previdente appassionato abbiamo traccia della loro esistenza sull’allora nascente vinile.
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