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Il principe e il povero

Il seme che, germogliando, buca il duro terreno e si erge orgoglioso; il bimbo che nasce facendosi largo “a testate” a rischio della vita; il guerriero che si lancia in battaglia a spada sguainata e munito di elmo a protezione del capo; l’atleta che con immenso sforzo arriva a primeggiare sul podio alle olimpiadi; sono tutte immagini simboliche che possiamo associare al segno equinoziale dell’Ariete, quello che apre il ciclo zodiacale e che dà inizio al risveglio stagionale della vita sulla terra. Come già si è detto, il carattere di chi nasce in un certo periodo dell’anno rispecchia il “clima”, l’energia propria di quel momento. Per questo motivo possiamo riscontrare, negli appartenenti al primo segno primaverile, una psicologia “adatta” alla nascita e all’esplosione della vita: una propensione al rischio, una grande irruenza, il frequente ricorso alla forza e alla violenza per affrontare gli eventi, coraggio, impulsività, mancanza di riflessione, bisogno di affermarsi, di primeggiare sugli altri, di ergersi vincitori, di realizzare qualcosa di unico e nuovo, di iniziare sempre qualcosa di importante, preferibilmente combattendo contro un “nemico” che, se non esiste, viene individuato “ad hoc” per l’impresa. L’Ariete, dominato da Marte (la lotta per la vita, la legge del più forte, l’istinto di sopravvivenza), da Plutone (il bisogno insopprimibile di “creare”) e dal Sole (l’Io), è un individuo molto accentratore, che riferisce tutto al suo ego. Come non vedere questa caratteristica nell’imperatore che è passato alla storia come il “creatore” dell’Europa : Carlo Magno (2 aprile 742). Già l’attributo “Magno”, il Grande, ci parla di primati, di dominio; Eginardo, il suo biografo, lo descrive come un uomo alto, imponente, sportivo, amante della caccia e di banchetti a base di carne e selvaggina. Sappiamo che conquistò gran parte dei popoli dell’Europa medievale guidando sempre personalmente i suoi eserciti; venne incoronato imperatore da papa Leone III il 25 dicembre 800 e, una volta consolidati i confini, organizzò le terre conquistate accentrando il potere nelle proprie mani, dando nuova linfa alle attività commerciali, uniformando e rinnovando il sistema monetario e giudiziario, e fondando le prime università. Ebbe molte mogli, moltissime amanti e innumerevoli figli, come vogliono i “condizionamenti zodiacali” dovuti a Marte e Plutone, pianeti preposti alla sessualità. In questo anche Charlie Chaplin (16 aprile 1889) non fu da meno, con quattro mogli e undici figli, ma la sua indubbia carica vitale e il suo coraggio si espressero in ambito artistico con una originalità ancora insuperata. Attore, regista, compositore, insieme ad alcuni colleghi fondò la prima Società di produzione cinematografica indipendente, la United Artists. Nonostante l’apparente soavità della sua “maschera”, in Charlot l’aggressività arietina del grande artista emerge attraverso gli espedienti architettati dal vagabondo per sopravvivere a tutti i costi in un mondo che Chaplin rappresenta come avido, escludente, intollerante e profondamente ingiusto; i gesti di scherno e derisione verso le forze dell’ordine (altro simbolo arietino) ribaltano completamente la prospettiva egoica del primo segno dello zodiaco: Chaplin si traveste come il “primo degli ultimi”, il più derelitto e debole, l’unico però, che può salvare il mondo dalla crudeltà del suo “doppio”, il suo alter ego, il nemico così magistralmente dipinto nel personaggio di Adenoid Hinkel del celebre film “Il grande dittatore”. Questa feroce ed irresistibile denuncia dei crimini di Hitler (nato quattro giorni dopo il grande attore) e delle sue turbe, Chaplin la fece poco prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, quando le coscienze del mondo erano ancora colpevolmente dormienti. Le parole di speranza messe in bocca al pacifico parrucchiere “…l’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo” andarono tristemente ad alimentare l’accusa di filocomunismo che colpì Chaplin nei decenni seguenti. Certamente anche film come “Tempi moderni” e “Monsieur Verdoux”, spietate critiche di un sistema malato, non potevano essere visti dai seguaci di McCarthy come favorevoli al capitalismo, ma Chaplin si difese sempre da queste accuse replicando: “Ci sono tanti luoghi comuni, la vita sta diventando così tecnica e precisa, che se scendi un attimo dal marciapiede, magari col piede sinistro, subito ti accusano di comunismo». Una battuta per stemperare la tensione, ma Chaplin scelse comunque di allontanarsi con tutta la famiglia dal paese in cui aveva raggiunto il massimo successo e si trasferì in Svizzera, dove morì il giorno di Natale del 1977.

1 commento su “Il principe e il povero”

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