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Fotografare l’invisibile

(una foto al giorno leva l’ignoranza di torno) a cura di Lost Dream Editions

Per rendersi conto che le religioni sono goffi e puerili, quanto incoerenti e contradditori, tentativi di dare una risposta al desiderio di non morire del tutto, tentativi che hanno subito una quasi inesistente “evoluzione” nel corso del tempo, è sufficiente leggere un buon manuale aconfessionale di storia delle religioni. Lo studio delle immagini realizzate con le varie tecniche inventate dagli uomini non è di alcun aiuto in questo processo di apprendimento, con la sola eccezione di quella che “immagine” non è: la fotografica. L’icona realizzata dalla luce è incapace infatti di visualizzare le fantasie metafisiche dell’uomo. Solo una comprensibile sinergia fra l’ingenuità e lo stupore inizialmente generato dall’immagine totalmente automatica, unita a una illimitata fiducia nelle potenzialità attribuite a quest’ultimo, “magico”, mezzo inventato dall’uomo per produrre immagini, può giustificare il tentativo infruttuoso di uno degli innumerevoli personaggi di “Cent’anni di solitudine”, il capolavoro di Gabriel Garcìa Màrquez, di ottenere, consumando un’enorme quantità di lastre fotografiche, un’ immagine automatica di Dio con una ingombrante macchina a treppiede, piazzandola, conformemente alla dogmatica ubiquità del soggetto in questione, nei posti più impensati.
Alla fotografia non si può imputare la colpa di non avere visualizzato desideri che non trovano alcun riscontro oggettivo. Per millenni, le immagini manuali, invece, non solo non sono servite a “illuminare” l’uomo, ma hanno giocato il ruolo opposto di confermare, facendo leva sul sentimento a scapito della ragione, gli antichi inganni delle religioni.
Nell’immagine:
Illustrazione di Amjad Rasmi.
( da StreetArt in Germany, Facebook, 4 luglio 2013 )

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