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Fata Artemisia

L’innamoramento che ciclicamente risorge intorno alla leggendaria “Fée Verte”, l’Assenzio, il “liquore maledetto”, la bevanda preferita dagli artisti della Belle Epoque , ha origine nientemeno che da una “leggenda metropolitana”. Tutto nacque nella seconda metà dell’Ottocento, da notizie come quella dell’omicidio, da parte di un contadino francese, della moglie e delle due figlie dopo una giornata passata ad ubriacarsi con ogni tipo di alcolico, giornata conclusasi con l’assunzione di due “sospetti” bicchierini di assenzio. Da tempo, soprattutto in Francia, il consumo del distillato di Assenzio (Artemisia Absinthium L.) puro o diluito con acqua ghiacciata, e addolcito con una zolletta di zucchero, aveva surclassato per la sua economicità l’utilizzo di altri alcolici e super alcolici. L’ostilità nei confronti della “Fata Verde” iniziò così a crescere coalizzando i produttori di vino e wiskhy con i governi impegnati nelle battaglie contro la diffusione dell’alcolismo. Fu così che l’Assenzio acquistò in pochi anni la fama, infondata, di sostanza allucinogena capace di trasformare gli uomini in violenti criminali e nel 1915 venne bandito per legge in molti paesi, ma nel frattempo l’aura “maudit” lo aveva circondato di un fascino che perdura ancora oggi, dando origine a manifestazioni letterarie e artistiche ancora più seducenti del mito che lo accompagna. Così ancora riusciamo ad immaginare Rimbaud che, ogni tardo pomeriggio ( l’ora per la fata verde era dalle 17,00 alle 19.00) e molte volte anche in piena notte, andava al bar “Accademia dell’Assenzio” dove per tre soldi poteva avere un bicchiere, per poi comporre le sue splendide poesie sotto gli effetti di questo magico liquore.
In realtà l’utilizzo dell’Artemisia Absinthium ha origini antichissime in erboristeria, grazie alle sue proprietà toniche, stimolanti, vermifughe, febbrifughe, digestive e stimolanti del flusso mestruale. In forma di polvere, di decotto o di infuso veniva citato già ai tempi degli antichi Egizi, nella Bibbia e nei primi trattati medici: sappiamo che Ippocrate, nel V secolo a.C. prescriveva ai pazienti affetti da inappetenza un medicinale di sua invenzione chiamato vinum hippocraticum vino bianco e dolce, in cui erano macerati fiori di dittamo, assenzio e ruta. I romani lo chiamarono vinum absinthiatum e, per migliorarne il sapore, gli aggiunsero rosmarino e salvia. Da questa bevanda amara nacquero poi il vermouth (nome tedesco dell’assenzio) e numerosi aperitivi. Durante il Medioevo e nelle epoche successive la pianta viene citata da molti autori come metafora delle amarezze della vita, insieme al miele, che invece ne rappresenta il lato dolce. Dal punto di vista simbolico all’Assenzio erano attribuite varie capacità “magiche”: quella di cacciare i diavoli e il malocchio e quella di proteggere dai “fuochi negativi”, tanto che un mazzetto di Assenzio dietro l’uscio si credeva proteggesse la casa dalla folgore. Inoltre lo si investiva di una una virtù particolare, quella di donare l’incorruttibilità e di vincere la caducità delle cose, tanto che in tempi antichi alcuni amanuensi usavano mescolare l’inchiostro con un po’ di succo di artemisia, con l’intento di rendere la carta inattaccabile dalle tarme poiché la parola divina, il Verbo doveva durare eternamente, oltre la caducità delle cose umane.

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