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Dei delitti e delle pene

C’è stato un tempo in cui l’argomento pena di morte veniva discusso da grandi intellettuali come problema in sé, non come conseguenza di un incidente diplomatico.
Per quanto spinosa, la questione della pena di morte andrebbe considerata con uno sguardo molto ampio, superando ipocrisie e colpevoli “dimenticanze” sulla presunta civiltà/inciviltà degli Stati che ancora la applicano.
Il nostro paese ha un onorevole primato sull’argomento, infatti  il primo stato al mondo ad abolire legalmente la pena di morte fu il Granducato di Toscana il 30 novembre 1786 con la Riforma Leopoldina, nata dalla riflessione di pensatori come l’illuminista milanese Cesare Beccaria il quale, nella sua opera “Dei delitti e delle pene” sottolineava come uno Stato, per punire un colpevole con la pena di morte, giungesse a commettere un reato a sua volta.
Beccaria pose per la prima volta la questione dell’inutilità della pena di morte come pena “esemplare” affermando il rischio che divenisse non solo uno spettacolo privo della minima forza deterrente, ma addirittura, per alcune fasce molto povere, una santificazione del colpevole prestatosi al “delitto” magari per favorire i familiari.
Sottolineò anche l’inutilità e i rischi della tortura, mezzo assolutamente inadeguato ad accertare la verità e sostenne l’importanza di detenzione e lavori forzati anche per reati gravissimi.
Questa  trattazione, rivoluzionaria per l’epoca,  in Francia venne accolta come un capolavoro e pubblicata con le note di Denis Diderot. Caterina II di Russia stese, sulla base di questo scritto, la sua riforma del sistema giudiziario e da Beccaria trassero spunto anche gli americani per scrivere parte della loro Costituzione.

Nel Regno d’Italia la pena di morte ebbe alterne vicende:  abolita per la prima volta dal Codice Zanardelli nel 1889 (tranne che per il regicidio, l’alto tradimento e i delitti commessi in tempo di guerra), fu reintrodotta nel 1930, in epoca fascista, col Codice Rocco. Abolita nuovamente nel 1944, venne ripristinata nel 1945.
L’ultima esecuzione capitale in Italia risale infatti al 1947 e fu comminata a tre uomini colpevoli di strage.
Con l’avvento della Repubblica, la pena di morte fu espressamente vietata dalla Costituzione del 1948. Rimase invece in vigore nel codice penale militare di guerra, fino al 1994.
Interessante ricordare che la Gran Bretagna mantenne la pena di morte fino agli anni Sessanta e la Francia addirittura fino alla soglia degli anni Ottanta.
Oggi  esiste una moratoria internazionale che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a non applicare la pena capitale, anche nel caso in cui sia prevista all’interno del proprio codice penale. Tra i molti paesi che non hanno ancora sottoscritto la moratoria, troviamo stati con i quali l’Italia mantiene costanti relazioni commerciali e diplomatiche, come la Cina, gli Stati Uniti, l’India e il Giappone.

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