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Crediti.

(una foto al giorno leva l’ignoranza di torno) a cura di Lost Dream Editions
Quando parlava per convincerti, per trascinarti dietro una sua idea, Ando Gilardi sapeva impiegare una tale irruenza che era difficile se non impossibile non concordare con lui, anche se talvolta incerti tra il non essere del tutto persuasi dal suo pensiero e il dubbio di non essere sicuri di averlo capito completamente.
Ma è dalle illuminazioni talvolta intraviste nelle sue parole che nasceva il desiderio di cercare di conoscere di più il magico universo iconico da lui indicato. Per quanto mi riguarda, le mie ricerche sulle immagini sono tutte dovute a lui, nel senso che sono lo sviluppo delle linee iconologiche e antropologiche da lui segnate. I miei post su Facebook e i quattro “saggi iconologici sulle immagini innocenti” che sono riuscito a fargli vedere e leggere – delle «lunghe lettere illustrate che gli ho spedito annualmente a Ponzone dal 2006 per ringraziarlo di quanto mi aveva insegnato e per il piacere di attendere e leggere le sue risposte», come ho scritto nell’introduzione all’ultimo saggio di “Revisioni” cui sto ancora lavorando – i tre che ha lodato fra cui quello sulla rappresentazione del sesso della donna in modo forse esagerato, e un quarto, ma cronologicamente il secondo, che ha fatto finta di non avere mai ricevuto, sono il tentativo di conoscere qualche nuova parola delle mille di cui si dice, e probabilmente con buona ragione, l’immagine prenda il posto.
Ando Gilardi ci ha insegnato che, per capire le immagini, è necessario guardarle con attenzione, ma indispensabile leggere, anche testi che in apparenza non hanno alcun rapporto con quelle. Perché è sorprendente quante immagini sono contenute nelle parole e quante parole in un’immagine, anche nelle più “povere”, che poi sono quelle che si sarebbe preferito non vedere, e non certo quelle della fertilità, le immagini “sporche” che tanti nascondono agli altri di guardare con un interesse che sarebbe più che giustificabile, Ando avrebbe probabilmente scritto “doveroso”, in una cultura che non fosse stata profondamente infettata da religiosi che hanno cercato di convincersi, convincendo gli altri con le buone o con le cattive, che fosse un affare redditizio barattare l’incompresa, enormemente paurosa bellezza dell’esistenza con una promessa eternità.
Grazie ancora una volta, Ando, per tutto quello che hai “condiviso” su questo “Libro dei musi” come nei tanti libri, articoli, e nelle tue imperdibili immense “Phototeche”.
E chiudo questo post, l’ultimo di una serie durata un anno e a lui dedicata con affetto e riconoscenza, riportando le sue parole “condivise” su “Nudo & Crudo”, una “Phototeca”, la numero 3, del 1981, che sintetizzano con magistrale ironia il suo pensiero riguardo a un tema iconico disprezzato per stupidità di tanti o per tornaconto di qualcuno: non è certo un caso se Sigmund Freud lo aveva definito «sconveniente»:
«Adesso, riuscite a immaginare una storia del Risorgimento nella quale non si nomina mai Giuseppe Garibaldi? Se fosse, per ipotesi, sarebbe peggio di un libro incompleto: grottesco. Ebbene, i libri di storia della fotografia, tolta probabilmente un’unica eccezione, sono proprio così: grotteschi. Essi non parlano di quella sconveniente: cacciata via da tutta la cultura visiva, essa lo è ancor prima da quella intorno al mezzo che trova proprio in essa la sua maggiore applicazione e la ragione della sua maggiore diffusione tra la gente».
Nell’immagine:
Copertina di “Phototeca” n. 3, 1981.

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