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Baffo selvaggio

Qualche giorno fa sono rimasta colpita da una notizia: la recente moda del “trapianto di baffi” che si sta diffondendo tra alcuni uomini, che per tradizione o per “contaminazione culturale” iniziano a considerare i loro baffi come imprescindibile simbolo di mascolinità.

Pare che “il baffo”, più ancora della barba e di altre varianti tricotiche, per molti uomini sia segno di virilità. Farsi crescere i baffi, curarli, curvarli “all’insù” o “all’ingiù” avrebbe, nelle intenzioni maschili, valenze erotiche.
Ecco perché  ci si rinfoltisce la peluria sotto il naso (anch’esso simbolo erotico) per evocare una virilità che, forse, viene percepita come carente o bisognosa di “sostegno”.
Tra i baffi celebri ricordiamo tutti quelli di Dalì (impomatati sfacciatamente all’insù e dichiaratamente “anti-nietzschiani”), quelli folti e rigidi di Stalin, quelli ridicoli di Hitler e di Chaplin, quelli vistosi di due re italiani che danno il nome ad altrettanti modelli di baffo: Vittorio Emanuele III e Umberto I
Memorabili invece sono i “favoriti” di Francesco Giuseppe d’Asburgo (già più autorevoli e dotati di personalità) e i sottili baffetti anni Quaranta curati ed elegantissimi.

Personalmente, tanto amo la barba tanto detesto i baffi, quindi non ne recepisco i messaggi sottesi, ma è indubbio che nel corso della storia, come le donne si sono sbizzarrite con acconciature, depilazioni e colorazioni, così gli uomini hanno fatto con i loro “mustaches” con risultati (come potete vedere in archivio) non sempre all’altezza delle aspettative e, spesso, oltre ogni immaginazione!
Quindi signori, se proprio volete farvi crescere i baffi, associateli almeno ad una “mosca” o ad un pizzetto, prendendo esempio da personaggi del calibro di Richelieu e Rubens, ma anche dagli scapestrati, avventurosi (e sexy!) “moschettieri” .

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