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Vendemmia dionisiaca

'La ninfa Leucotea e Bacco fanciullo', bassorilievo

Complice il clima arido della scorsa estate, i pesanti e dolci grappoli d’uva che si vendemmiano quest’anno non riusciranno a contenere il costante calo di produzione di vino.

Nonostante ciò, la vendemmia resta nel nostro immaginario come uno dei momenti più allegri e piacevoli della stagione autunnale, insieme alla visione dei melograni e alla raccolta delle castagne.

Oggi, da cittadini, viviamo l’evento come un intrattenimento per bambini.
Si cercano le aziende agricole che organizzano feste della vendemmia, si muniscono i pargoli di stivaletti di gomma e cesoie, si fa sperimentare loro la pigiatura dell’uva con i piedi.
E intanto assaggiamo mosti e acquistiamo chili di succosi grappoli.

La vendemmia, in fondo, deve aver lasciato qualche traccia nella nostra memoria genetica, visto che si pratica da 15 mila anni.

Nel recente passato la raccolta e spremitura dell’uva era accompagnata da feste, balli e gran bevute di mosto fresco. Ma se sapessimo come era celebrata nell’antichità, un piccolo brivido ci correrebbe lungo la schiena.

La figura di Dioniso (o Bacco) nacque come riflesso divino e simbolico della coltivazione della vite e dell’ebbrezza procurata dal prezioso liquido fermentato, ricavato dall’uva.

Prima dio della birra e poi dio del vino, Dioniso viene immaginato dagli antichi come un’entità fortemente legata alla terra e agli istinti primordiali.
Folle e mutevole come l’umore degli ubriachi, conduceva un corteo di donne danzanti e discinte, le Menadi (o Baccanti) rese ebbre e sanguinarie dal vino.

Negli scritti di Euripide, Diodoro Siculo, Pausania e molti altri autori troviamo traccia dell’origine del mito dionisiaco, che nasce in ambito cretese.

Per ordine di Era i Titani si erano impadroniti di Dioniso, figlio di Semele e Zeus.
Dioniso era un bimbo munito di corna (a volte di capro, altre di cervo, di toro o di ariete) con le chiome di serpente.
Aveva la capacità di prendere la forma di diversi animali – leone, serpente, leopardo e toro – ma questo non aveva impedito ai Titani di catturarlo, farlo a pezzi e buttarlo in un calderone.

Rea, madre di Zeus (la nonna) impietosita gli aveva ridonato la vita.
Dopodiché il padre Zeus lo aveva nascosto in un gineceo.

Alcune leggende dicono che Zeus lo affidò ad Ino, regina di Orcomeno e sorella di Semele. Altre che fosse affidato alle ninfe del monte Nisa.
In ogni caso è chiaro che Dioniso cresce tra le donne. Travestito da donna.
Questo ricorda, oltre al mito di Achille, anche l’usanza cretese di allevare i ragazzi “nell’ombra”, cioè negli alloggi delle donne fino alla pubertà.

Sul monte Nisa Dioniso inventa il vino e, raggiunta la maturità, parte per diffondere l’invenzione nel mondo.

Lo accompagnano il suo maestro Sileno e un corteo di Satiri e Menadi danzanti.
Sono tutti armati di tirso (un bastone ricoperto di edera con una pigna sulla punta), spade, serpenti, flauti e rombi (asticelle ronzanti).

Le feste dionisiache celebrano l’uso rituale del vino mettendo in scena la vita di Dioniso. Ben presto si trasformano in riti orgiastici e in danze che culminano nel sacrificio del dio-bambino.

Si racconta che le Menadi (“le deliranti”), rese folli dal vino, vagassero selvagge di notte sui monti danzando e cantando.
Spinte dall’ubriachezza e “possedute” da Dioniso rapivano bambini (poi sostituiti nel culto da animali selvatici) e li sbranavano facendoli a pezzi.

Un celebre episodio mitologico di smembramento rituale dei riti dionisiaci è quello della morte di Orfeo.
Il ragazzo era figlio del re Tracio Eagro e della musa Calliope.
Capace di ammansire le belve col proprio canto diffonde il culto di Apollo in Tracia, offendendo Dioniso.

(È curioso osservare come la musica – la danza selvaggia contro la soave lira – sia il filo conduttore che lega il culto di Dioniso a quello di Apollo).

Nel racconto mitologico le donne, mosse dalla rabbia di Dioniso, inseguono Orfeo e gli altri uomini per tutta la regione.
Quando i mariti si riuniscono nel tempio di Apollo, le donne si impadroniscono delle loro armi, entrano nel tempio, uccidono gli uomini. Poi fanno a pezzi Orfeo gettando la sua testa (che ancora canta) nel fiume Ebro.

Euripide descrive le Menadi come donne discinte, cioè vestite con tuniche prive di lacci e costrizioni, che “detergono le guance sporche di sangue con le lingue di serpenti e lasciano i capelli sciolti sulle spalle”.
Sono maghe, sanno creare zampilli di rugiada, di vino o di latte semplicemente battendo il tirso sulla roccia o sul terreno.

Ecco come il poeta greco Nonno narra la gravidanza di Semele, uno dei più emozionanti accenni al furore dionisiaco indotto dal dio della vite:

E pur appesantita com’era del divino nascituro, se mai un vecchio pastore suonava con la zampogna e lei nei paraggi sentiva eco rimandarle il suono dai campi, con indosso solo una tunica si slanciava fuori del talamo urlando in delirio;

se poi le giungeva all’orecchio, rimbalzato dai monti, il suono di un aulos doppio, balzando senza sandali fuori dall’alto palazzo correva da sola verso le solitudini di un declivio boscoso; un cembalo risuonava, volteggiava a passo di danza, saltando di lato con i piedi inarcati.

Se udiva il muggito di un toro dalle lunghe corna, anche lei muggiva di rimando proprio come un toro; talvolta ai piedi dei pascoli collinari con voce invasata accompagnava le melodie di Pan e nel ripeterle diveniva Eco”.

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