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Un silenzio assordante

foto ricordo nei pressi della Sfinge, fotografia 1890 circa -  elaborazione ©Fototeca Gilardi

Il silenzio è divenuto improvvisamente argomento di conversazione.
Dopo tanto vociare nel mondo della politica, il low profile del nuovo presidente del consiglio Mario Draghi fa scalpore. Eppure il potere del silenzio, spesso associato al segreto, alla calma o all’attesa, è ben conosciuto dai manovratori occulti e dai fini comunicatori. Si può tacere per indole, ma anche per scelta strategica, perché nello spazio che noi lasciamo libero dalle parole, lentamente covano le aspettative, si formano i sogni, si fa spazio un’immagine ideale che è ben più gradita e interessante della nostra immagine reale. Storicamente il silenzio è associato ai monasteri, alla meditazione, al contatto col sacro, ma anche alle società segrete e all’omertà, base fondante di ogni attività criminale.
Il silenzio diventa eroismo quando ci impedisce di tradire i nostri compagni, diventa menzogna quando nasconde un inganno, diventa d’oro quando si sostituisce a parole inopportune. Silenziosa è anche la sfinge, simbolo di terribile mistero, di soglia da oltrepassare mettendo alla prova il nostro acume; silenziosa è la montagna che ci eleva e ci separa dal chiacchiericcio e dal rumore costante dei nostri simili.
Sanzionata oppure osannata l’astensione dalla parola sembra avere un potere immenso, crea un vuoto che uccide (come dissero Peppino Impastato e Martin Luther King alludendo all’indifferenza di fronte ai soprusi), eppure solo nell’assenza di parole – nostre e altrui – riusciamo a sentire le grida della nostra coscienza, le istanze della nostra anima, le menzogne del nostro cuore.
Fin dai tempi antichi il silenzio viene considerato il segno dell’assoluto dominio di sé. Si racconta che Pitagora imponesse ai candidati allievi un lungo periodo di totale silenzio – diverso per ciascuno, ma mai più breve di due anni – trascorso il quale si diveniva “uditori”, passo imprescindibile per iniziare a imparare la disciplina pitagorica. Questo legame tra silenzio e autocontrollo si rivela in modo chiaro anche nel termine “laconicità” dove l’appartenenza alla cultura spartana (Sparta era la città principale della Laconia) sovrappone il duro dominio di sé tipico degli spartani, all’eloquio conciso. Innumerevoli sono le statue e i dipinti antichi che raffigurano divinità o figure allegoriche del silenzio, con un dito posato sulle labbra a sigillo della parola, dall’egizio Arpocrate alla romana Acca Larentia (o Tacita), madre dei Lari antenati di Roma, custode del nome segreto della città eterna e versione matriarcale di una antica divinità ctonia legata ai misteri e al culto dei morti.
Nonostante secoli di culti silenti, da troppo tempo il nostro rapporto con la quiete è compromesso: oggi siamo bombardati da stimoli costanti, volti a sovrastare quel flusso di informazioni interne che stanno cercando di dirci quanto sia sbagliata la direzione che abbiamo preso. Anche il continuo gridare (verbale o visivo) della politica, della pubblicità, dell’informazione, dell’economia, appare sempre più insistente e disperato, segno che le nostre istanze rischiano di farsi sentire da un momento all’altro, sottraendoci al loro potere. Purtroppo però non siamo ancora abituati a sopportare la vertigine creata dalla libertà, dall’assenza di comandi, dalla mancanza di suggerimenti: guidati come pecore per decenni, siamo ora smarriti e il nostro rapporto col silenzio oscilla tra l’omertà colpevole e la logorrea. Avere quindi esempi di laconicità e modelli di autocontrollo potrebbe essere il primo passo per tornare ad apprezzare quel vuoto pieno di senso che si chiama silenzio interiore e per tornare a esercitare una prima forma di autocontrollo su noi stessi, nel rispetto dello spazio altrui, unica condizione di esistenza della libertà, personale e globale.
Pensiamoci… Proviamoci.

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